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Reyhaneh Jabbari/ "Nel tribunale di Dio incriminerò chi mi ha voluta morta": la lettera di addio

La donna iraniana impiccata nei giorni scorsi ha lasciato una lettera di addio alla madre in cui chiede giustizia se non su questa terra, almeno nell'al di là

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Reyhaneh Jabbari, la donna iraniana impiccata nei giorni scorsi con l'accusa di aver ucciso un uomo, mentre in realtà si era difesa dal tentativo di stupro, ha lasciato prima di morire una lunga e toccante lettera di addio. Una lettera che è anche un vibrante atto di accusa contro il sistema giudiziario corrotto e ideologicamente assassino dell'Iran, in cui una donna viene impiccata solo perché serva come esempio a tutte le donne del paese a rimanere sottomesse: "Il mondo non ci ama. Non voleva il mio destino. E adesso sto cedendo e sto abbracciando la morte. Perché nel tribunale di Dio incriminerò gli ispettori, l’ispettore Shamlou, il giudice, i giudici della Corte suprema che mi hanno colpita quando ero sveglia e non hanno smesso di abusare di me. Nel tribunale del creatore accuserò il dottor  Farvandi, e Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei diritti. Cara Shole dal cuore d’oro, nell’altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati." si conclude la  lettera. Shole è la madre a cui la giovane donna ha lasciato questo messaggio di addio. Ringrazia la madre per averle insegnato a crescere nei valori, anche se poi quei valori l'hanno tradita. la ringrazia per averle insegnato a essere superiori alle liti, ma anche queste cose, scrive non le sono servite: "Quando l’incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite. Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo un’assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno.  Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa, perché confidavo nella legge. Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine. Vedi, non ho ucciso mai nemmeno le zanzare e gettavo fuori gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il mio trattamento degli animali è stato interpretato come un comportamento da ragazzo e il giudice non si è nemmeno preoccupato di considerate il fatto che, al tempo dell’incidente, avevo le unghie lunghe e laccate". MI hai insegnato ad amare il mio paese, dice ancora, ma questo paese non l'ha mai voluta: "Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un atleta o un pugile. E questo paese che tu mi hai insegnata ad amare non mi ha mai voluta, e nessuno mi ha appoggiata anche sotto i colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo e sentivo le parole più volgari. Quando ho rimosso da me stessa l’ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata premiata con 11 giorni di isolamento". Chiede alla fine di non venir sepolta, che non si faccia una otmba per lei su cui andare a piangere: "Ti dico dal profondo del cuore che non voglio che ci sia una tomba dove tu andrai a piangere e soffrire.  Non voglio che tu indossi abiti scuri per me. Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via".

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