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Esteri

ELEZIONI BRASILE/ Un voto che può dare una "lezione" a Europa e Usa

Domenica il Brasile andrà alle urne per il voto presidenziale. È una data importantissima, dato che il Paese attraversa una crisi importante. Ce ne parla ARTURO ILLIA 

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Domenica il Brasile andrà alle urne per il voto presidenziale. È una data importantissima, dato che il Paese attraversa una crisi legata a quella mondiale, soprattutto perché in questa tornata è in gioco il modello iniziato da Lula anni fa che, complice anche la scoperta di immensi giacimenti petroliferi, ma anche con una intelligente politica di compromesso tra libero mercato e sociale, ha permesso al gigante latinoamericano di svilupparsi enormemente e di piazzarsi tra le potenze mondiali del pianeta.

Il passaggio di consegne con Dilma Rousseff, in carica dal gennaio 2010,  doveva essere quello di una continuità nelle politiche nazionali, ma sfortunatamente così non è stato. Le manifestazioni contro la sua conduzione, esplose clamorosamente nel corso dei mondiali di calcio, hanno rivelato l’anima di un Brasile che crede fermamente in un cambiamento che privilegi delle politiche sociali atte a garantire un livello di vita decente, evitando di sprecare capitali ingentissimi fini a se stessi come quelli dei mondiali appena trascorsi e, soprattutto, quelli ancor più faraonici delle Olimpiadi. Perché è ampiamente dimostrato come simili manifestazioni attirino sì l’attenzione mediatica, ma in cambio di ingenti spese e alla fine lascino il tempo che trovano pure a livello di immagine.

E se la gran parte della gente si è mossa a manifestare ciò costituisce  una dimostrazione di maturità ad altissimi livelli, specie se consideriamo che il calcio è da sempre un totem portante della cultura del Paese e fino a ieri sembrava intoccabile: ma i mondiali hanno dimostrato che i brasiliani preferiscono, per esempio, avere un sistema sanitario di prim’ordine, poter contare su ospedali decenti e, soprattutto, in tutto il territorio nazionale.

Invece, nonostante il Brasile sia, dopo l’India, la nazione al mondo dove si conta la quantità maggiore di persone che accedono alla classe media abbandonando la povertà, Rousseff non è piaciuta per certe manovre populistiche che ha intrapreso dopo le forti contestazioni del giugno scorso, come per esempio un progetto che mira a cedere le seconde case in affitto agli emarginati delle favelas anziché intraprendere dei programmi di edilizia popolare, quasi che la proprietà, spesso risultato del lavoro proprio della classe media, sia un furto da punire.

Non siamo al livello dell’Argentina dei deliranti discorsi presidenziali dove si parla di nemici dappertutto per giustificare il fallimento delle proprie politiche (che hanno anche provocato le dimissioni del Direttore del Banco Central), però è abbastanza chiaro che, sebbene le manovre populistiche siano legate alla perdita di consenso e siano tese a recuperarlo, è la politica iniziata da Lula che ha bisogno di un’ulteriore evoluzione, per far sì che la parola progresso faccia rima anche con sviluppo rispettoso dell’ambiente. Ecco quindi arrivare sulla scena Marina Silva, candidata per il Partito socialista, che, stando ai sondaggi, ha grandi possibilità di vincere le elezioni.