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ELEZIONI BRASILE/ Il nuovo liberalismo che può servire all’Europa

Nonostante le previsioni, il presidente uscente del Brasile Dilma Rousseff rischia di non essere rieletta. ARTURO ILLIA analizza a fondo quello che sta succedendo nel Paese sudamericano

Dilma Rousseff (Infophoto) Dilma Rousseff (Infophoto)

E così quello che fino a poche ore prima nessuno si aspettava è successo. Le previsioni lo davano come outsider, senza possibilità di nessun genere, visto che lo scontro si prevedeva tra Dilma Rousseff e Marina Silva, ma alla fine si è sviluppata una situazione che solo la notte precedente le elezioni prendeva corpo: quella del socialdemocratico Aecio Neves. L’economista di Belo Horizonte ha totalizzato il 33% dei voti contro quelli di Rousseff, 41%, mentre l’ecologista Silva si è fermata al 21,3%. La seconda votazione, questa volta a maggioranza relativa, si svolgerà il 26 ottobre e paradossalmente le regole le detterà proprio la candidata perdente: perché è logico che se Neves vuole i suoi voti dovrà garantire quelle aperture alla politica di Silva che paradossalmente, in caso di una sua vittoria, sarebbe stato arduo mettere in atto visti i pochi spazi politici di manovra alle Camere del suo Partito socialista.

La partita quindi è ampiamente aperta, ma il risultato ha messo in evidenza il fallimento della politica del Partido do Trabalhadores dell’attuale Presidente. Scandali a parte, Rousseff ha tentato di raccogliere voti dalle classi più povere, beneficiate dai sussidi a pioggia e difatti nel nord-est del Paese, la zona più economicamente disastrata, Dilma ha ottenuto le sue percentuali più alte. Ma la sua sconfitta è stata nelle grandi città, dove una classe media sempre più grande, generata dalle politiche dei passati governi di Lula, ha mal digerito il populismo fine a se stesso di stampo presidenziale. Adesso, lo ripetiamo, tocca a Marina Silva decidersi e se, come probabile, dirigerà i propri elettori su Neves, Rousseff sarà sconfitta.

È un altro sintomo di un’America latina che vuol cambiare, non più disposta ad accettare presidenti “eterni” che poi alla fine devono appropriarsi delle banche centrali per avere i fondi necessari a finanziare le proprie politiche a perdere fatte di statalismo esasperato. Ormai stiamo arrivando alla terza generazione di famiglie che sono state assistite da sussidi con nomi altisonanti, ma che alla fine non hanno voluto immettere la cultura del lavoro come nucleo dei programmi, contando su di un assistenzialismo fine a se stesso, soprattutto una macchina inesorabile di consenso elettorale. È l’uso della povertà solamente in funzione del proprio potere (e delle ricchezze individuali) che porta a non garantire un futuro degno, una vita qualitativamente tale: e non è un caso se alla fine si arriva a preferire un’alternativa liberalista rispetto al compromesso ecologico dettato da Silva.