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DIARIO ARGENTINA/ Esquivel (Nobel per la pace): la "memoria" che può aiutare il Paese a crescere

Pubblicazione:sabato 1 novembre 2014

Adolfo Perez Esquivel (Immagine d'archivio) Adolfo Perez Esquivel (Immagine d'archivio)

Loro pensavano di attuare una liberazione dall’oppressione che subivano i poveri, un metodo che io non condivido assolutamente, però allo stesso tempo, lo ripeto, in tutta l’America Latina operavano organizzazioni non violente, cercando di modificare le cose attraverso l’azione sociale, nella quale il popolo è protagonista.

 

Cosa pensa della politica sui diritti umani di questo Governo? Degli scandali che hanno investito organizzazioni per i diritti umani fedeli alla sua politica? E della nomina a capo dell’esercito del Generale Milani, uno che, ormai è certo, è implicato in casi di sparizione di persone?

A questo Governo bisogna riconoscere che ha fatto dei progressi su alcune tematiche come per esempio l’abolizione delle leggi sull’impunità operate da Governi precedenti, che in pratica avevano sollevato dalle loro responsabilità i militari. Però non sono d’accordo sulla manipolazione dei diritti umani a fini partitici.

 

Insomma, usarli come scudo per le proprie politiche...

Sì, questo è tragico. Noi qui, come organizzazione, ci manteniamo indipendenti e non abbiamo mai ricevuto sussidi da nessun Governo. Paghiamo dei costi politici per tutto questo, ci ritengono dei “nemici”, però questo Governo ha ristretto la politica dei diritti umani alla sola epoca della dittatura. Sono appena rientrato da una manifestazione davanti alla residenza del Governo per difendere i diritti degli Wichis, un’etnia autoctona della Provincia di Formosa, dove questi indios vengono arrestati, perseguitati, gli vengono tolte le terre: con una giustizia che dipende dal potere politico.

 

Questi non sono diritti umani a quanto pare...

Su questa questione (quella dei popoli nativi, ndr) abbiamo lavorato tantissimo, senza riuscire a progredire nemmeno di un passo. Le etnie originarie ricevono accuse, sono perseguitate, non godono di nessun diritto. Quello che dico sempre è che democrazia non è mettere il voto in un’urna. Democrazia significa uguaglianza di diritti per tutti e questo, in Argentina, non esiste. L’attuale è in pratica un Governo nel cui modo di confrontarsi il dialogo è assente. E senza dialogo non c’è democrazia: quando si impongono le cose è autoritarismo.

 

In pratica una dittatura camuffata?

Non so se possiamo definirla una dittatura, però è chiaro che ciò è preoccupante.

 

Tornando a occuparci degli anni Settanta, lei ritiene che una soluzione “alla Sudafricana”, cioè con una pacificazione, dovuta anche alla scomparsa di molti protagonisti di questa triste epoca, curerebbe una ferita ancora aperta in Argentina? E ciò non si rivelerebbe anche un mezzo per conoscere particolari che permetterebbero di risolvere molti casi aperti sia di sparizione di persone che di bambini, visto che molti militari, con la situazione attuale, non parlano per non essere inquisiti?

L’Argentina è un Paese dove sono stati giudicati i crimini contro l’umanità, cosa che in Sudafrica non è successa. Non ci può essere riconciliazione se non ci sono il pentimento e il diritto alla verità e alla giustizia. Qui tuttavia ci sono molti desaparecidos sui quali non si sa più nulla. Il problema è fino a dove si arriverà con le cause, perché i crimini contro l’umanità non godono di prescrizione, come successo con il nazismo. Però dovremo chiudere queste ferite: ho parlato con militari sia della Marina che delle Forze armate che non hanno vissuto quel decennio e mi hanno confessato che il peso di quell’epoca è ancora presente in ognuno di loro. Ma come si può pretendere che una madre perdoni qualcuno se suo figlio è sparito e non se ne sa nulla? Io personalmente posso, ma un Paese non può perdonare un genocidio.

 

Cosa si può fare allora?


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