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Esteri

SCENARI/ Il Muro e quello show di luci che nasconde la politica degli Usa

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Chi riesca a guardare alla realtà delle cose al di là delle grandi campagne pan-mediatiche di organizzazione del consenso internazionale, in cui Washington eccelle, coglie senza fatica la sostanza crudamente aggressiva di tale politica: non si pone rimedio all'instabilità che un grande conflitto lascia dietro di sé, ma anzi si tende a renderla cronica. E in questo quadro caratterizzato da cronica instabilità ci si muove a mani libere dopo essersi tirati dalla propria parte alcuni degli antichi nemici, e aver lasciato invece "fuori e al freddo" (come si direbbe inglese) tutti gli altri. Si tratta peraltro del maggior caso di applicazione di una filosofia delle relazioni internazionali che caratterizza gli Stati Uniti ormai da oltre sessant'anni. Gli ultimi trattati di pace che gli Usa hanno firmato e lasciato che altri firmassero sono quelli con cui si concluse la seconda guerra mondiale. In seguito hanno fatto o fatto fare diverse altre guerre, ma senza mai né dichiararle né poi concluderle o lasciarle concludere con trattati di pace. 

Se si confrontano i 25 anni che seguirono alla fine della seconda guerra mondiale con i 25 anni che hanno seguito alla caduta del Muro di Berlino si vede chiaramente quanto rilevanti siano rispettivamente le conseguenze di queste due diverse filosofie delle relazioni internazionali; e chi ne paga il conto. Dopo i palloncini, gli squilli di tromba, l'"Inno alla gioia" di Beethoven e i concerti dei divi del rock sarebbe il caso di cominciare a pensare anche a questo. 

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