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Esteri

MESSICO/ I narcos e noi, complici di un Muro che deve ancora cadere

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È l’orrore. Il Messico è il giardino spazzatura dei divertimenti dell’opulento mondo occidentale, dell’America di Hollywood, di Wall Street dove scorre più cocaina che al mercato, della Milano della moda. Nel Po c’è una quantità tale di cocaina giunta dagli scarichi del capoluogo milanese da rendere le acque bianche di polvere.

Il Messico è la fogna dell’occidente. Per tenere lontana la sua disperazione, i ricchi americani hanno costruito un muro che corre lungo i confini, proprio come quel muro di Berlino di cui nei giorni scorsi si è festeggiato il 25esimo anniversario dell’abbattimento. Questo muro serve per tenere lontani i poveri, i disperati, gli affamati, i perseguitati da quella che una volta si chiamava terra promessa. Ma la promessa ha esaurito la sua terra e non ci sono più posti disponibili. Qualche mese fa otto vescovi americani guidati dal cardinale di Boston, Sean O’Malley, si sono messi pazientemente dietro a quel muro della vergogna e da piccole fessure e sbarre hanno dato la comunione a quei disperati che stavano dall’altra parte. Volevano così ricordare gli oltre 6mila messicani che dal 1998 a oggi sono stati uccisi mentre cercavano di passare il confine. Uccisi e puniti per aver osato sognare una vita migliore, lontano dall’orrore dei narcos e della miseria.

Se il mondo è diventato questo, dove è vietato anche il conforto di una comunione, c’è davvero da chiedersi quanto è alto e quanto è mortale il fallimento di quest’altra parte del muro, quella che i berlinesi dell’est sognavano di raggiungere. Dall’altra parte c’era una morte identica, solo diversa nelle forme. Benvenuti nella terra promessa.

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