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Esteri

DALLA SPAGNA/ Catalogna, il dialogo che vale più della secessione

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Che cosa succederebbe se, come ha detto Bosch, una chiara e rotonda maggioranza considerasse la Costituzione spagnola contraria alle proprie aspirazioni di popolo? Fino a che punto la Carta Magna può imporre certi valori che non sono più riconosciuti dal popolo, dato che non riguardano il nucleo essenziale della dignità umana? Il costituzionalismo storico creato dai romantici non è indubbiamente una dottrina assumibile tout court, ma è interessante quando ricorda l’importanza di tenere in conto l’evoluzione dei fondamenti di una nazione.

In una democrazia possono essere imposti alcuni valori rifiutati in maniera esplicita? Rispondere anche a questa domanda richiederebbe tempo e bisognerebbe fare molte distinzioni. In ogni caso, quello che ha messo in evidenza lo pseudo-referendum di domenica scorsa è che né tutti, né la maggioranza dei catalani percepisce che sia in corso un conflitto tra popolo e Costituzione. C’è, e con questo bisogna fare i conti, un po’ più del 30% (di coloro che hanno votato) che vuole l’indipendenza. Sicuramente questa percentuale salirebbe a più del 40% in caso di una consultazione formale. Le cause possono essere molteplici: assenza prolungata del Governo spagnolo, disaffezione progressiva, educazione nazionalista, ecc. Il “problema” è che quelli che la pensano come Bosch non sono una forte maggioranza. Se lo fossero bisognerebbe adottare una soluzione come quella di Montenegro, Croazia, Sudan o Canada: cioè, tenere un referendum approvato dal Congresso, scegliere delle maggioranze “rafforzate” (50% di partecipazione e più del 50% di Sì) e nel caso dire con tutto il dispiacere possibile addio al popolo che non vuole la Costituzione. Tuttavia resterebbe un 40% e passa che la vorrebbe.

Bisognerà cominciare a dialogare invece che litigare furiosamente, accettando chi vuole andarsene e chi vuole invece lasciare tutto com’è. Lanciarsi addosso “verità politiche” l’un l’altro su queste questioni non serve a niente. C’è qualcosa, oltre all’ideologia, che consenta a una società come quella catalana di parlare? C’è qualcosa che permetta ai catalani di vivere insieme al di fuori o all’interno della Spagna? L’altro ha un qualche valore anche se la pensa diversamente? Iniziamo a parlare seriamente.

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COMMENTI
15/11/2014 - Ascoltate anche Barcellona, non solo Madrid... (Giorgio Chevallard)

L'amico de Haro ha il merito - per lo meno lui - di riconoscere che esiste un problema politico. Ma il governo PP, il partito, insieme ai governi socialisti (che promettevano e poi facevano poco) hanno una sola risposta: il legalismo della Costituzione. Andrebbe detto fra le cause della disaffezzione di larga parte dei catalani all'unità con Madrid è l'indecente livello di centralismo che soffriamo qui (molto peggiore di quello di Roma con Milano): ma trovare un madrileño che lo riconosca è piú difficile che trovare un ricco che riconosce di esserlo. La Spagna investe in Catalogna meno della metà di quello che corrisponderebbe all'ingressi che riceve. Ma per Madrid ci sono sempre soldi (e nonostante questo da solo ha la quarta parte del debito dei comuni spagnoli), ma qui no. Le autostrade le paghiamo, mentre in gran parte del resto della Spagna no (eccetto Catalogna, Aragona, Valencia, Paesi Baschi... quello che non era Castiglia, insomma). E tutti i TAV partono da Madrid, quasi tutti i voli internazionali di Iberia lo stesso, etc.. Anche il recente centro per il controllo dell'immigrazione via mare l'hanno messo.... a Madrid. Hanno il potere, hanno i soldi, hanno i media: ma la loro politica egoista, provinciana e miope fino alla stupidità fa crescere l'independentismo in Catalogna. La più grande fabbrica di indipendentisti e' il governo di Madrid, con Aznar e Rajoy in testa.