BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

DALLA SPAGNA/ Catalogna, il dialogo che vale più della secessione

Domenica scorsa si è tenuto il referendum, senza alcun riconoscimento legale, per l’indipendenza della Catalogna. La riflessione di FERNANDO DE HARO sulle istanze catalane

InfophotoInfophoto

Pochi giorni fa ho avuto un colloquio con Alfred Bosch, portavoce alla Camera dei deputati di Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra repubblicana di Catalogna), la grande formazione indipendentista. È stata una conversazione pubblica, ascoltata da molte persone. E alcuni miei amici si sono arrabbiati perché ho parlato con un rappresentante della secessione. Ma se non parliamo che cosa dobbiamo fare? In realtà, sono rimasto con l’amaro in bocca non per aver avuto questo dialogo, ma per averlo fatto nei termini di solito usati per il confronto ideologico. Non è stata una conversazione facile, ma interessante sì.

“Se devo scegliere tra la fedeltà al popolo catalano e alla Costituzione, opto per la prima”, mi ha detto Bosch. Non credo che questa sia la dicotomia del momento, ma può servire per provare a riflettere con serenità. Nei duecento anni di costituzionalismo moderno si è andata creando la relazione tra il diritto positivo, il valore delle maggioranze (la volontà popolare) e i fondamenti pre-politici espressi in una Carta. Le rivoluzioni costituzionali del XVIII secolo nacquero per dotare il diritto di una carica morale. Dopo la Seconda guerra mondiale è diventato chiaro che il gioco delle maggioranze deve essere limitato dai quei principi che ogni Paese riconosce come propri. Nel caso dei diritti fondamentali questo è evidente. Ma non significa che la questione sia risolta.

C’è chi ricorda che la Corte suprema degli Stati Uniti, nei primi tre decenni del XX secolo, non è stata democratica, perché in nome della Costituzione ha frenato la volontà della maggioranza. Per esempio, Jeremy Waldron sostiene che esiste un’incompatibilità di fondo tra democrazia e Costituzione. Tuttavia, Ronald Dworkin ritiene che “la maggioranza non ha diritto a governare se non sono soddisfatte determinate condizioni (certi valori)”.

Il dilemma è chiaro: “O accettiamo che esiste un nucleo di verità fondamentali che agiscono come limite, e quindi ci troveremo di fronte all’esigenza di giustificare queste verità in una società in cui il disaccordo è inevitabile, oppure accettiamo che esiste solo una verità procedimentale” (Ruiz Soroa). Non conviene liquidare velocemente questa doppia sfida. Specialmente la necessità di ragionare e parlare di queste verità in una società plurale.

Cosa c’entra tutto questo con la Catalogna e con quello che mi ha detto Bosch? Supponiamo che un’immensa maggioranza o tutto il popolo catalano dicesse di no alla Costituzione spagnola. Supponiamo anche che l’unità politica non fosse più riconosciuta da oltre il 60% della popolazione. La cosa potrebbe farci anche dispiacere, ma saremmo di fronte a un fatto incontrovertibile. In questo caso, comunque, il Diritto internazionale non permette una secessione. Ma quando la storia non è più percepita come presente smette di essere un elemento vincolante. La storia, di fatto, conta solamente se agisce come un fattore positivo nel presente. Altrimenti è una condanna.


COMMENTI
15/11/2014 - Ascoltate anche Barcellona, non solo Madrid... (Giorgio Chevallard)

L'amico de Haro ha il merito - per lo meno lui - di riconoscere che esiste un problema politico. Ma il governo PP, il partito, insieme ai governi socialisti (che promettevano e poi facevano poco) hanno una sola risposta: il legalismo della Costituzione. Andrebbe detto fra le cause della disaffezzione di larga parte dei catalani all'unità con Madrid è l'indecente livello di centralismo che soffriamo qui (molto peggiore di quello di Roma con Milano): ma trovare un madrileño che lo riconosca è piú difficile che trovare un ricco che riconosce di esserlo. La Spagna investe in Catalogna meno della metà di quello che corrisponderebbe all'ingressi che riceve. Ma per Madrid ci sono sempre soldi (e nonostante questo da solo ha la quarta parte del debito dei comuni spagnoli), ma qui no. Le autostrade le paghiamo, mentre in gran parte del resto della Spagna no (eccetto Catalogna, Aragona, Valencia, Paesi Baschi... quello che non era Castiglia, insomma). E tutti i TAV partono da Madrid, quasi tutti i voli internazionali di Iberia lo stesso, etc.. Anche il recente centro per il controllo dell'immigrazione via mare l'hanno messo.... a Madrid. Hanno il potere, hanno i soldi, hanno i media: ma la loro politica egoista, provinciana e miope fino alla stupidità fa crescere l'independentismo in Catalogna. La più grande fabbrica di indipendentisti e' il governo di Madrid, con Aznar e Rajoy in testa.