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Esteri

GERUSALEMME/ Il fallimento della Destra e quel documento che "accusa" l'Italia

Dopo l'attentato di ieri a Gerusalemme (Infophoto)Dopo l'attentato di ieri a Gerusalemme (Infophoto)

Infine, anche i morti e i feriti dell'ultima guerra a Gaza si sono visti sui televisori e sui computer dei palestinesi di Gerusalemme. A dispetto di coloro (israeliani in primo luogo, ma anche europei ed americani) che vogliono dividere Gaza dalla Cisgiordania, e la Cisgiordania da Gerusalemme, tutto invece si tiene, nella storia e ancor più nella nostra era mediatica.

Quello che tragicamente accade nel nord dell'Iraq ed in Siria, può ripetersi, in piccolo, anche  a Gerusalemme. Più del fanatismo degli islamisti radicali, sarà responsabilità della spregiudicatezza e degli errori politici di coloro che si troveranno a combatterlo. Esistono anche documenti che raccontano questa spregiudicatezza sul terreno e questa ignavia politica. Ne ricordo uno, ma  importante.   

Erano gli anni di Gianfranco Fini ministro degli Esteri. Un tempo ormai lontano: dal novembre 2004 al maggio 2006. L'allora ministro degli Esteri aveva nei confronti del Medio Oriente e di Israele, in particolare, un'attenzione speciale. Da poco, infatti, si era consumata la riabilitazione di Fini, uomo politico della destra, nel consessi internazionali, anche grazie al suo viaggio in Israele, alla condanna delle leggi razziali fasciste, alla sua accoglienza in terra di Gerusalemme anche da parte della comunità ebraica italiana emigrata in quella città. 

Dopo qualche tempo dall'inizio del suo incarico arrivò sul suo tavolo di lavoro alla Farnesina un allarmato rapporto sulla situazione a Gerusalemme. Era redatto e sottoscritto da otto Consoli generali a Gerusalemme, tra questi c'era anche il Console generale italiano. Quel rapporto, inviato ai ministri degli Esteri dell'Unione Europea, descriveva con minuzia di particolari la politica israeliana a Gerusalemme e l'obiettivo israeliano di rendere impossibile, nei fatti, che quella città divenisse anche la capitale del futuro stato palestinese. Un obiettivo perseguito, si diceva, anche a costo di conseguenze dirompenti nel rapporto tra la comunità palestinese e quella ebraica, attraverso l'espansione degli insediamenti ebraici intorno e all'interno dei quartieri arabi.

Il ministro Fini prese atto di quel rapporto, ma chiese ed ottenne che a Bruxelles, in sede  comunitaria, non si svolgesse un esame politico e pubblico di quanto scritto dai diplomatici europei presenti a Gerusalemme. Da allora quel rapporto giace nei cassetti della Farnesina e delle altre sedi diplomatiche europee. A quel rapporto altri ne sono seguiti, descrivendo una situazione sempre più instabile a Gerusalemme. Nessuna di quelle accurate analisi ha prodotto conseguenze politiche a livello europeo.

La diplomazia italiana e quella europea, che pur hanno non poche manchevolezze nell'analisi dei problemi in Medio Oriente, nel caso di Gerusalemme invece hanno mostrato una capacità di denuncia, indubbia e di lunga data. 

Sono stati invece i politici, non solo quelli italiani, a nascondere il macerarsi del problema Gerusalemme. Mettiamo da parte gli interessi legati alla politica interna italiana; più in generale ha dominato tra i politici europei, su Gerusalemme, il principio che israeliani e palestinesi dovessero decidere l'assetto futuro della città in sede di trattative di pace. Non era opportuno interferire in questa delicata questione: questa la considerazione politica che è divenuta nel tempo un vero e proprio alibi, di fronte al mutare, imposto dagli israeliani, della realtà di fatto a Gerusalemme. 

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