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ISIS/ Dalla Danimarca a Kobane contro i tagliagole, l'orgoglio (e la rabbia) di Joanna

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Joanna Palani, danese, 20 anni (Immagine dal web)  Joanna Palani, danese, 20 anni (Immagine dal web)

Joanna Palani ha vent’anni. E’ bella, capelli lunghi, nerissimi, sopracciglia arcuate, perfette, e sorride. Lo stesso contagioso sorriso di chi afferra la vita, sulla copertina di facebook, e nella foto in cui, giubbotto antiproiettile e colori militari, imbraccia il mitra con a fianco i suoi commilitoni. Non è una delle tante donne impiegate dall’Isis, quelle hanno il volto e il corpo coperto, non mostrano fattezze e sorrisi. Joanna sta dall’altra parte, quella dei curdi. 

E’ di etnia curda, infatti, ma è danese, da quando ha tre anni la Danimarca è la sua patria, che lei ama e sarebbe pronta a difendere, anche con le armi: ma poiché la patria dell’anima è il Kurdistan, lei è partita per difendere Kobane, si è infilata nel groviglio della morte, o dell’eroismo disperato, e lotta contro gli jihadisti che vogliono cancellare il suo sangue, la sua possibilità di vivere coi capelli sciolti, al vento, lei donna, curda, cresciuta nei maledetti valori occidentali di cui è orgogliosa. 

Dimentichiamo troppo spesso di avere responsabilità e orgoglio, di quel che i nostri padri ci hanno tramandato, di un occidente forgiato dall’incontro vitale tra cristianesimo e umanesimo e illuminismo. Contraddizioni, opposizioni, ma anche libertà, diritti, che mezzo mondo non riconosce. Joanna porta in sé la forza indomita del suo popolo, la cultura del paese che l’ha cresciuta, e ha deciso di partire. Per una missione suicida, parrebbe. Per lasciare la sua orma, se mai qualcuno saprà riconoscerla, dove muoiono ogni giorno a decine, centinaia, di cui nessuno ricorda il nome. Le unità di protezione del popolo sono ora la sua famiglia, la sua casa itinerante i loro rifugi improvvisati, le loro tende. 

Sa che può essere uccisa, non cerca la morte, ma crede che valga la pena. Una pazzia, per chi è così pronto a tutelare se stesso, senza pensare a tutelare i suoi figli. Una pazzia, imbracciare un’arma con sfrontatezza, ché le armi sono roba sporca e sempre e soltanto a servizio del male. Così è corretto giudicare, e pazienza se eleviamo are e innalziamo corone d’alloro ai martiri della Resistenza, ai partigiani che in ogni guerra hanno scelto di stare dalla parte giusta, anche se hanno compiuto azioni sbagliate. Una pazzia, per un paese come la Danimarca, dove spalancano le porte ai miliziani dell’Isis offrendo loro lavoro e casa, certi che è la miseria, l’ignoranza a scatenare il male: li invitano a casa, con la presunzione di cambiarli, di renderli amici.

Penso ai genitori di Joanna. Che le abbiamo insegnato, perché non le abbiamo cancellato sangue e ricordi, perché non ci siamo nascosti, mimetizzati tra i più che fingono di non vedere, e ascoltano le notizie terribili che arrivano dal ventre dell’Asia con sdegno moderato, o scuotendo il capo, in fondo indifferenti. Non arriveranno da noi, se la vedano i curdi. Se la vedano i cristiani in Siria, se la vedano i giusti musulmani che vengono massacrati pure loro, per combattere l’orrore. 


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