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DIARIO USA/ Obama, la "sanatoria" dei clandestini divide un popolo che ha dimenticato Dio

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Barack Obama (Infophoto)  Barack Obama (Infophoto)

Si possono fare mille obiezioni, e mille obiezioni sono già state sollevate. È  molto probabile che il Congresso, a netta maggioranza repubblicana dopo la schiacciante vittoria delle midterm elections, si adopererà per far fuori al più presto il provvedimento presidenziale. Già in tanti si stracciano le vesti gridando che Obama, avocandosi poteri che non ha, ha bestemmiato contro la Costituzione. C'è anche chi ipotizza che prima o poi la questione finirà nelle mani della Corte suprema, e lì saranno tempi lunghi. 

Ma poi, è un'idea che può funzionare? Come si determinerà da quanto tempo un immigrato è nel paese se non c'è traccia di quando è entrato? E che ne sarà tra qualche tempo di quelli che si mettono in regola oggi? Quale futuro? Un provvedimento del genere non spingerà chissà quanti a tentare di passare il confine nella speranza che qualcosa di analogo possa essere offerto un giorno anche a loro? Ed è giusto nei confronti di chi in questo paese è arrivato legittimamente?

Come nel caso della riforma sanitaria i punti interrogativi sono infiniti, ma esattamente come rispetto al cruciale problema dell'Healthcare, Obama — qualunque siano i motivi che l'hanno animato — si è mosso, un passo l'ha fatto, i Repubblicani no. Per due anni hanno platealmente rifiutato qualsiasi tipo di discussione (e voto) sul tema.

Insolitamente, ad un certo punto del suo breve discorso Obama ha citato le Scritture: "Non opprimeremo uno straniero, perchè conosciamo il suo cuore — anche noi siamo stati stranieri".

Che l'abbia detto sinceramente o meno, poco importa. Quel che importa è che è vero.

Ci sono cose, le più drammatiche, su cui la politica deve prendere coscienza del suo compito. Saranno tentativi ironici, ma dobbiamo provarci, insieme.



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