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PAPA IN TURCHIA/ Padre Monge: Francesco cerca il "patto" con il vero islam contro il nichilismo

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

La presenza cristiana di Istanbul è variegata in appartenenze e riti diversi e ha conosciuto negli ultimi anni la novità di un'immigrazione sempre più importante. La Turchia è un paese strategico dal punto di vista geopolitico, un Paese che sta imbarcando tra le centinaia di migliaia di rifugiati anche cristiani. Ultimamente c'è un incremento dell'afflusso di immigrazione centrafricana e si è rinforzata l'immigrazione dell'estremo Oriente (Filippini) e dall'est Europa (più ortodossi che non cattolici). Quindi una comunità a geometria variabile, che richiede un'estrema capacità di accogliere anche lingue nuove che si aggiungono, esperienze diverse, tradizioni diverse, che vanno al di là della stessa forza di coloro che dovrebbero animarli.

 

Della comunità levantina che cosa è rimasto?

Con comunità levantina intendiamo una comunità di cristiani cattolici, generalmente latini, discendenti di cristiani soggetti all'impero ottomano, quindi che sono in Turchia già da diverse generazioni e che hanno in qualche modo anche difeso il loro stato d'eccezione, in modo anche impermeabile a qualsiasi integrazione culturale e linguistica, o per lo meno da un punto di vista rituale. È una comunità in diminuzione: le nuove generazioni hanno lasciato il paese, quindi è una comunità che invecchia e che deve gestire un rapporto tra generazioni non facile. Le nuove generazioni non sono disposte a perpetuare il ricordo di un'appartenenza culturale e poi di fede.

 

Cosa potrebbe significare per questa comunità la presenza di Papa Francesco?

Mi auguro che Papa Francesco con il suo messaggio diretto possa ravvivare quella piccola fiamma che il Sinodo del medio Oriente aveva a suo tempo riacceso soprattutto nella sua fase di preparazione. Quel messaggio chiaro che nel documento preparatorio del Sinodo si declinava nel senso di comunione come testimonianza. È evidente che il fatto di essere una minoranza giustifica ancora di meno le divisioni eccessive da un punto di vista rituale e pastorale. Chiede uno sforzo maggiore di incontro e di cammino comune verso l'essenza del Vangelo che è innanzitutto il mistero pasquale. Senza perdere ovviamente quella che è la ricchezza dei riti di ciascuno, delle tradizioni di ciascuno che a loro volta devono essere ripensate e ristudiate senza semplicemente essere una reliquia da spolverare. Io credo che Papa Francesco con la sua capacità di lettura del tempo presente saprà scuotere i nostri animi di credenti minoritari di questo Paese, saprà fare il legame con la storia straordinaria di queste terre che sono terre sante del cristianesimo e ridare attualità a una testimonianza cristiana importante non perché si è molti e forti, ma perché si declina, come nel Vangelo ,nella semplicità e nella debolezza di essere pochi e stranieri.



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COMMENTI
28/11/2014 - Il titolo però è sbagliato (Massimo Zamarion)

Ho letto l'articolo incuriosito dallo strano titolo. Infatti il problema ...vero è che il ..."vero Islam" non esiste. E l'articolo lo conferma. Ne scrissi 8 anni fa sul mio blog: "E’ vero che l’Islam non è quel moloch che si potrebbe supporre, così come non è mai esistito un Islam puro. Nella sua storia ha saputo dimostrare, differenziandosi localmente nella vasta area geografica della sua espansione, anche una notevole elasticità. Ma questa elasticità ha in ogni caso un suo limite invalicabile, oltre il quale l’Islam non esiste più. L’Islam, si irrigidisca o si addolcisca, non riesce ad uscire dalla sua sfera. Se l’Islam si è separato dalla modernità è perché più in là non poteva andare, pena l’autodissoluzione. E’ sbagliato pensare che all’interno dell’Islam vi siano degli elementi che adeguatamente sviluppati possano portare alla democrazia. O per meglio dire l’Islam non può convivere indefinitamente con la democrazia, cioè con lo sviluppo delle libertà individuali." Come scrisse Tocqueville già 170 anni fa.