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IL DOPO ELEZIONI/ Obama, anche l'Isis ha "votato" per i Repubblicani?

Pubblicazione:venerdì 7 novembre 2014

Barack Obama (Infophoto) Barack Obama (Infophoto)

Più che un voto per i Repubblicani è un voto contro Obama: così si potrebbe sintetizzare l’esito delle elezioni di metà mandato (mid-term elections) negli Stati Uniti che l’altro giorno hanno dato ai Repubblicani la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso, il Parlamento degli Usa. Benché infatti i Repubblicani si fossero presentati agli elettori con programmi abbastanza generici e benché non abbiano attualmente un leader nazionale indiscusso e ben visibile, l’ormai scarsa popolarità di Barack Obama ha fatto (a sue spese) il miracolo. Sia ben chiaro: in quanto primo presidente afro-americano Obama sul piano antropologico è una storica novità, ma sul piano politico è una replica. E non di Bill Clinton, come avrebbe voluto, bensì di Jimmy Carter. A sua parziale giustificazione c’è il peso delle circostanze: a lui è capitato di governare la super-potenza mondiale nella fase non più aurea ma ormai quantomeno argentea della sua egemonia planetaria.

La macchina militare americana (in sostanza aero-navale) continua ad essere senza rivali al mondo, ma ciononostante non è più in grado di stare con la medesima forza dappertutto. Obama ha perciò deciso di concentrarla nel Pacifico cominciando cautamente a sguarnire il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. In queste due aree gli Usa avrebbero dovuto limitarsi a dare supporto logistico e di telecomunicazione agli alleati. La cosa però non sta funzionando sia perché non ci sono alleati degli Usa, a partire dall’Europa, così armati da potersi adeguatamente sostituire a loro, e sia perché gli squilibri e gli sconquassi che Washington ha provocato con i suoi forti ma maldestri interventi in Afghanistan, in Iraq e altrove non sono così facilmente rimediabili. In questo quadro il cambio della guardia tra Usa e Unione Europea non solo dovrebbe essere adeguatamente concordato e sincronizzato, ma soprattutto implicherebbe un’Unione Europea con una solidità e una capacità politica che oggi è ben lungi dall’avere.

Fatto sta che la maggioranza della gente in America ha l’impressione che Obama non sappia bene come muoversi in sede internazionale e finisca per provocare tensioni fini a se stesse che diventano il brodo di coltura del terrorismo islamista, proprio il nemico che gli Usa non sanno bene come combattere. Per strano che ciò possa sembrare, il proverbiale uomo della strada è negli Stati Uniti ben poco consapevole di quanto il suo benessere dipenda dal ruolo imperiale che il suo Paese ricopre dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Spesso lo ritiene più un doveroso fardello che un concreto vantaggio. E’ perciò la politica interna di Washington che più richiama l’immediata attenzione degli elettori. E qui il disagio è forte e crescente.


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