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DIARIO ARGENTINA/ "Così io e i miei amici fummo perseguitati dal regime"

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Antonio Anselmo Martino mentre riceve un riconoscimento  Antonio Anselmo Martino mentre riceve un riconoscimento

Siamo un Paese da sempre dipendente dai suoi grandi leader: quando Peron tornò, lo fece con un personaggio assolutamente sinistro, Lopez Rega, fondatore della tristemente famosa “Triple A” che si incaricò di incanalare tutta la paura, la rabbia e la forza che si doveva operare contro il comunismo, senza però capire nulla di cosa fosse e inglobando in ciò ogni azione di protesta: pensiamo alla famosa “notte delle matite”, dove la protesta di studenti contro l’abolizione delle tariffe studentesche dei biglietti dei mezzi di trasporto incontrò una risposta di una violenza inaudita da parte delle forze dell’ordine (era il 16 settembre del 1976 e alcuni studenti vennero fatti sparire, ndr).

 

Ci racconti un po’ di lei in quel periodo…

Il mio caso rientra nell’ordinaria amministrazione... semplicemente alcuni miei amici erano spariti dai loro domicili, ancora non esisteva la parola desaparecido (stiamo parlando di anni precedenti il golpe militare, ma con la triple A già operante, ndr), ma, insieme ad altri giuristi, si decise di presentare l’”habeas corpus”, un’istituzione legale inglese, riconosciuta internazionalmente e quindi anche nella Costituzione argentina. Ma per farlo occorreva firmare il modulo di richiesta e qui sorse un ostacolo, perché ciò implicava problemi notevoli. Per cui essendo l’unico felicemente divorziato, senza figli e con la possibilità di andare in Italia con una borsa di studio per frequentare un corso tenuto da Norberto Bobbio, che è stato il mio maestro italiano, ero una persona poco attaccabile a livello di affetti famigliari e oltretutto con la possibilità di potermi allontanare dal Paese. Firmai e in poco tempo le persone riapparvero tutte, anche se furono imprigionate nel carcere di Devoto (situato in un quartiere di Buenos Aires).

 

Conseguenze di quella sua coraggiosa manovra?

Dopo poco tempo entrarono in casa mia a perquisire. Io ovviamente avevo una gran quantità di libri di ogni genere, essendo professore di Filosofia del diritto e Scienze politiche, anche di autori mal visti come Marx. Successivamente mi controllarono il telefono, ma facendo in modo che me ne accorgessi. Alla fine mi avvisarono che facevo parte di due liste di persone che dovevano sparire. Ero il numero 42, ma mi dissero che non andavano per ordine. A questo punto il 16 gennaio del 1976 lasciai l’Argentina. Prima di farlo chiesi però per i miei amici la possibilità di lasciare il Paese, fatto contemplato nella Costituzione. Ma la prima cosa che fece il cosiddetto Governo rivoluzionario del 1976 fu di sopprimere le libertà costituzionali. Quindi, senza nessunissimo capo d’imputazione, i miei amici dovettero passare alcuni anni in carcere. Lo ripeto: senza nessuna accusa a loro carico.

 

E il Paese come visse quei momenti?

Quando partii lasciai un’Argentina estremamente divisa, perché queste situazioni estreme portano la gente a prendere posizioni nette, molte volte senza disporre di una corretta informazione. E con molta paura: si viveva un’epoca dove nelle strade apparivano le auto Ford modello Falcon senza targa con occupanti armatissimi, mostrando il tutto in maniera ben visibile. E così iniziò a forgiarsi il pensiero che se avevano preso delle persone è perché qualcosa avevano fatto, come nel famoso racconto di Brecht. Ma nessuno, per quanto senza colpe, aveva la garanzia di rimanere libero. E una situazione del genere costituiva un alibi anche per vendette personali e per manovre collegate con interessi di imprese varie. Molti morirono sotto tortura o nei cosiddetti voli della morte. Questo panorama assurdo non ha mai portato a una riflessione vera sulle cause di tutto ciò: e questo è un dato che ancora ci portiamo dentro.

 

Però, situazione internazionale a parte, il fatto è che la reazione militare genocida, totalmente ingiustificata, venne provocata anche dall’azione di gruppi terroristici che da molti anni avevano iniziato una guerra contro le istituzioni, terrorizzando il Paese. Al giorno d’oggi ampi settori governativi la definiscono come una guerra “buona” contro quella “cattiva” dei militari: ma qui mi pare si debba parlare solo di guerra, senza distinzioni....


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