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Esteri

DIARIO ARGENTINA/ "Così io e i miei amici fummo perseguitati dal regime"

Antonio Anselmo Martino mentre riceve un riconoscimentoAntonio Anselmo Martino mentre riceve un riconoscimento

Fa bene a chiarire questo concetto, perché risulta difficile riconoscere buoni e cattivi in una situazione del genere. Credo che entrambe le fazioni avessero poche cose buone e moltissime deprecabili. Il piano di Che Guevara di portare la rivoluzione dalla Bolivia all’Argentina mostra una ignoranza totale della realtà del Paese che avevano i gruppi rivoluzionari: che si rendevano conto benissimo di non avere i mezzi per farla. E allora che cosa fecero? Il terrorismo, arma però piena di trappole anche per chi lo fa. E questo mi porta alla conclusione di una guerra civile dove nessuno aveva dei buoni motivi per farla, però la fecero…

 

E cosa pensa delle leggi chiamate “Punto final” e “Obedencia debida”, che al ritorno della democrazia sollevarono momentaneamente i colpevoli dalle loro responsabilità?

All’epoca io, come referente e collaboratore del Governo Alfonsin, non ero d’accordo. Però mi dissero di essere obbligati ad attuare la prima (la seconda fu opera del Governo Menem, ndr) perché i poteri militari erano ancora fortissimi e rischiavano di sollevarsi. Ma il risultato fu che il Paese non poté cancellare le sue contraddizioni e le aberrazioni attuate sia da una parte che dall’altra. Ma soprattutto non c’è mai stato un dibattito politico profondo da chi da una parte voleva l’ordine, che attuava con la repressione, e dall’altra da chi voleva una rivoluzione attraverso il terrorismo. Nessuno l’ha mai spiegato.

 

Lei rimase in Italia fino alla fine del regime?

No, nel 1977 sono tornato. Lo so, può sembrare una pazzia. Pensi che il livello di repressione era arrivato al punto tale che io ero l’unico ad avere la barba a Buenos Aires. Il fatto era proibito perché, secondo i militari, ciò costituiva un elemento sovversivo... non quello che è, cioè una scelta individuale. Non capivo perché tanta gente amica, seppur bonariamente, me lo faceva notare, ma quando arrivai, come a tutti, il passaporto scadeva automaticamente e per rinnovarlo dovevo porre una foto senza barba: così dovetti tagliarmela, con enorme disappunto. Avvertivo frustrazione per la pressione di un potere che arrivava anche in faccende tanto private come questa. Fin da giovane portavo la barba e la cosa ovviamente non aveva nessuna connotazione politica.

 

Arriviamo al fatidico 2001 quando, dopo la crisi, venne eletto Presidente Nestor Kirchner: vengono aboliti i decreti che assolsero i militari e la manovra culmina con la sottrazione del quadro raffigurante Videla dalla galleria del Collegio Militare. C’è da notare però che i Kichner si arricchirono nella Provincia di Santa Cruz con lo sfruttamento di un decreto militare e che, seppur in democrazia, Nestor, da Governatore, proibì e represse manifestazioni delle organizzazioni per i diritti umani: piuttosto curioso che una volta Presidente chiami parte dei movimenti nel suo Governo... e si definisca Montonero.

A me non risulta che appartenesse ai Montoneros. Quello che le posso dire è che il padre di Kirchner operava finanziariamente prestando soldi e che la famiglia si arricchì moltissimo durante la dittatura. Ma quello che è certo è che a partire dalla sua Presidenza lo Stato eccede negli abusi e nel ladrocinio e allo stesso tempo rivendica una politica rivoluzionaria al punto tale che la maggior parte dei militari, anche se non hanno avuto nulla a che fare con la dittatura, continuano a essere indagati anche oggi. È una situazione curiosa per un Paese che occupa il 189° posto nella classifica di Trasparency International, quindi uno dei più corrotti, e dall’altra parte ha un Governo che vuole rivendicare il fatto che una parte del terrorismo fece cose importanti per il Paese: veramente incomprensibile.

 

Il peronismo si impose negli anni Quaranta con un appoggio popolare, caso quasi unico nel mondo che un militare venga posto al potere dalla gente. Però sono passati più di 70 anni: come’è possibile che il movimento peronista continui ad avere una così grande influenza nella politica argentina?

Le rispondo con un aneddoto su Peron: una volta gli chiesero informazioni sui partiti politici in Argentina. Al che rispose: “Ci sono i socialisti, i radicali, i democratico-cristiani...”. Il giornalista domandò: “E i peronisti?”. “Tutti siamo peronisti in Argentina”, rispose lui. Questa dichiarazione, quasi scherzosa, è indicatrice del perdurare di un movimento che aveva la sua ragione di essere negli anni Quaranta ma non ha nulla a che vedere con il mondo di oggi.

 

Ma è anche vero che il peronismo ha lasciato ben pochi spazi ad altre forze per governare. Come mai in Argentina risulta arduo vivere una democrazia dove si instauri un dialogo tra le parti?