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Esteri

DIARIO ARGENTINA/ "Così io e i miei amici fummo perseguitati dal regime"

Antonio Anselmo Martino mentre riceve un riconoscimentoAntonio Anselmo Martino mentre riceve un riconoscimento

In primo luogo perché non possediamo una cultura politica democratica, bensì dittatoriale. Poi perché specialmente le classi meno abbienti pensano che senza il peronismo non vengano considerate, quando ad esempio negli anni Novanta il Governo peronista di Carlos Menem toccò vertici di neoliberalismo sfrenato sorprendenti per la stessa scuola di Chicago. Abbiamo quindi vissuto tra questo e rivendicazioni rivoluzionarie risalenti agli anni Settanta: in pratica fuori dal mondo. Inoltre, siamo un Paese che vive in una contraddizione permanente e senza un progetto concreto di sviluppo a medio o lungo termine. In pratica si vive alla giornata...

 

Quindi il futuro è quanto mai incerto…

Sì, bisogna creare condizioni per pensare seriamente al futuro, specie considerando che l’Argentina ha avuto fin dal 1860 un grande livello di istruzione scolastica, addirittura straordinario sia nella scuola secondaria che nelle università. Ma quando definiamo la politica, lo ripeto, ci scontriamo con latrocinio, corruzione, mancanza di progetti che hanno vanificato o annullano ogni velleità di progresso. I partiti non incentrano le loro politiche su progetti ma discutono solamente di persone. Quindi possiamo dire che la democrazia si tentò di fare col Governo di Alfonsin, ma è acqua passata. Non stiamo cercando idee, bensì un “caudillo” che ci porti da qualche parte e che sia peronista, se vuole completare il suo mandato. Ma la crisi dei partiti, la loro mancanza di idee, è ormai mondiale e stiamo andando verso una forma che definirei di “democrazia liquida”, in parte eletta con consultazioni popolari via pc. Un po’ quello che fa in Italia il Movimento 5 stelle, con la sola differenza che li il potere nella pratica ce l’ha uno solo.

 

Insomma, alla fine secondo lei l’Argentina continuerà a essere un sogno eterno?

Mi piacerebbe risponderle di no, ma non lo credo. Almeno fino a quando non impareremo a maturare.

 

(Arturo Illia)

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