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ISRAELE/ Tutte le domande a cui Netanyahu non risponde

GIANLUCA ANSALONE affronta la difficile situazione interna di Israele, alla luce della caduta del terzo Governo Netanyahu. Ecco di cosa si tratta in questo articolo

Benjamin Netanyahu (Infophoto) Benjamin Netanyahu (Infophoto)

Il terzo Governo Netanyahu è ufficialmente caduto a seguito dello scioglimento della Knesset dopo appena un anno e mezzo. Le crisi politiche non sono una novità a Tel Aviv ma questo sembra decisamente il passaggio più delicato per il leader della destra israeliana e per l’intero sistema politico di quel Paese negli ultimi anni.

La causa formale della caduta dell’esecutivo sono state le dimissioni dei due principali esponenti centristi della coalizione, Tzipi Livni e l’astro nascente Yair Lapid. Ma i malumori verso il premier stavano crescendo in molti ambienti politici, a cominciare dall’ultradestra dello Shas che in più circostanze aveva definito Netanyahu “troppo flessibile e malleabile”.

Al di là delle divisioni partitiche, questa crisi è diversa perché diverse e irripetibili sono le circostanze storiche e politiche di tutto il Medio Oriente. Se un errore è imputabile a Netanyahu è proprio quello di non aver promosso un adeguamento della dinamica politica interna a ciò che sta accadendo nel cortile di casa. Provare a mediare tra i diversi atteggiamenti e interessi è missione oggi praticamente impossibile. 

Lo Shas accusa il premier di non aver rovesciato il tavolo ora che gli Usa hanno ufficializzato il rientro dell’Iran nel consesso delle nazioni. I laburisti, all’opposizione, di non aver fatto alcun passo in avanti nel processo di pace con i palestinesi. I centristi di aver lasciato cadere l’alleanza geopolitica con la Turchia e di aver lasciato quindi Israele in balia dei venti geopolitici che soffiano forti su Siria e Iraq. Ad ogni colpo e ad ogni accusa, Netanyahu ha provato a rispondere con una contromossa, a volte tardiva, altre improvvisata. E comunque ad esclusivo uso e consumo interno.

L’ultimo atto è stato la controversa approvazione di una risoluzione che sovrappone in maniera identitaria Israele allo “Stato ebraico”, una Nazione a un solo popolo. Una mossa che cercava di mettere in sicurezza l’appoggio dello Shas, che francamente non si è strappato le vesti dopo la caduta del Governo.

Netanyahu dovrà adesso affrontare le primarie del Likud, nelle prossime settimane, e quindi  il voto di metà marzo, il cui esito appare tutt’altro che scontato. La sua popolarità è bassa e una coalizione tra i laburisti e i centristi, secondo i sondaggi, potrebbe superare la destra di qualche seggio alla Knesset.

Ma siamo sicuri che quella coalizione avrebbe maggior presa e maggior durata del Governo uscente? O non sarebbe forse nell’interesse di Israele stesso promuovere una larga coalizione di forze responsabili in grado di fissare alcuni punti per rilanciare l’economia del Paese – in forte crisi, anche se con prospettive positive viste ad esempio le recenti scoperte di gas naturale al largo delle sue coste – ma soprattutto per definire il futuro di Israele in un Medio Oriente che sta cambiando profondamente e rapidamente?