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DIARIO SUD SUDAN/ Con le mani sporche di sangue cerchiamo ancora la pace

Un anno fa scoppiava una nuova guerra nel martoriato Sud Sudan. ANNA SAMBO ricorda quei drammatici momenti e spiega come si sta evolvendo la situazione nel paese

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Le mani sporche di sangue, l’inizio della guerra nuova.

“Ma tu hai le mani sporche di sangue come noi?”. Al Governo, al comando, ci entri solo se hai le mani sporche di sangue, in Sud Sudan.

Un anno fa gli spari di notte. Mi ricordo che sono uscita in veranda per andare nella mia camera a dormire, dopo una bella cena, in cui parlavamo del futuro del Sud Sudan. Dai, la conferenza che hanno fatto con tutti gli investitori è andata bene. Magari davvero costruiscono le strade e possiamo stare meglio. apro la porta, razzi con coda rossa, di notte. La notte così, la mattina dopo anche. Non ricordo bene, penso sia normale. non è mica che il cervello, l’uomo, trattiene solo i ricordi belli, nel tempo? Mi pare sia così. Mi ricordo che tremavo dopo lo sparo, ma senza angoscia, senza parole o lacrime. Sembrava una reazione istintiva del corpo, pura chimica o fisica o non so. Ma tremavamo.

Ci penso e non mi va che ci sia la paura in giro. In questi giorni è così. Sotterranea, ma è lì. Qualcuno di noi colleghi di Fondazione AVSI era qui anche l’anno scorso, qualcuno (molti) è nuovo. Qualcuno lo dice, che ha paura. Qualcuno dice che invece, no, non succederà nulla, di nuovo. Dai, ma no, non possono fare di nuovo tutto quello che hanno fatto un anno fa. L’anniversario. Perché era il 15 dicembre, 2013. 

Dicono che è una settimana critica. ma se ci pensi, cosa c’e’ di diverso da quella scorsa e da quella ancora prima e da tutte le settimane da quella sera ad adesso?

Rientro in macchina da una riunione e ostinatamente continuo a cercare un pensiero di serenità. Uno di quei pensieri che fanno passare la paura, che fanno smettere di avere paura. ma nulla. Mi dico che forse è questo il momento in cui vedi cos'è la mancanza di speranza. Non c’e’ nessun pensiero grande che mi salvi. Vedremo come andrà la prossima settimana. Stiamo chiusi nel compound, ma viene la voglia di uscire per vedere, per dire a se stessi, che nulla succede. Che c’è una pace in mezzo alla gente per strada.

Il Sud Sudan è un paese sull’orlo del collasso. Nessuno se ne preoccupa, da quel 15 dicembre. Non se ne preoccupano quelli che lo governano, che da mesi negoziano su tavole imbandite in altri paesi africani. non se ne preoccupano in Europa, mai una notizia. Non se ne preoccupano i potenti della terra, e mi chiedo perché.

Erano 1 milione e mezzo, ora dicono che rischiano di essere 2 milioni e mezzo le persone a rischio carestia.

Tutto pare al collasso, ma quasi. Un passo prima. 

Si fanno due passi avanti e tre indietro.

Un governo di guerrieri e pastori, ma prima di tutto di guerrieri. Una vita segnata dalla guerra. Le mani sporche di sangue, allora puoi comandare. Così sei il capo. Riconosciuto. Una guerra come una palude - come le paludi del Jonglei, che si formano dal Nilo - che si allarga. Un mostro che attacca, poi si ferma, corre, si ferma, riprende fiato. Un mostro con tante teste e braccia zanne e zampe. tace, poi attacca. Riposa, poi attacca.

Ma inspiegabilmente - inspiegabilmente, inspiegabilmente - i giorni passano e sono pieni, belli. Andiamo avanti tutti con lo stesso accanimento. Alla ricerca di quel “ecco, la pace”.

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