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DIARIO BURUNDI/ Qui, nell'ospedale di Ngozi, dove anche la morte parla della vita

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

Con Bukuru legato al seno (mamma Kangourou) davanti all’incubatrice di Butoyi. Mi chiede: ce la farà? Cosa rispondere? Vado, correndo con il piccolo in braccio, staccato per un momento dalla bombola di ossigeno, in radiologia, facciamo una radiografia, polmoni opacati. Al cuore un soffio. Continuiamo a fare quello che si può. Poco a poco dopo due settimane la saturazione migliora, il piccolo inizia a prendere un po’ di latte per bocca. Dopo altre due settimane riusciamo a toglierlo dall’incubatrice. La mamma, di solito con uno sguardo serio e senza parole, si illumina e mi chiede: è guarito? Mi sembrava una parola troppo grossa. Siamo riusciti a dimetterli tutti e due, dopo più di un mese. Io sono certa, ed anche le infermiere lo dicono, che questo bimbo è vivo grazie alla tenacia e alla certezza della madre.

Io mi arrabbio tantissimo in reparto, per tutto il disinteresse, l’ignoranza e presunzione del personale, intoccabili. Poi torno a casa e mi chiedo, ma cosa vuoi da me Signore? Come ti possono incontrare attraverso di me se vedono solo la mia rabbia, e grido “Vieni Signore” dentro questa circostanza in cui mi hai messo, questo compito che mi hai dato?

Un pomeriggio, mentre ero a casa, improvvisamente mi viene in mente che non avevo completato la lettera di dimissione di un piccolo in cui dovevo segnare un controllo. Verso le 5 del pomeriggio vado in reparto e mentre sto scrivendo, sento le grida di un bambino, grida di dolore, non di un bambino piccolo, vado nella sala, dove ci sono 7 letti e vedo sotto gli stracci quella che vengo a sapere essere una ragazzina di 13 anni, che grida e si contrae. La madre fa segno all’addome. Penso ad un addome acuto. Voglio visitarla, ma non si lascia toccare, io non so comunicare. Allora vado a cercare gli infermieri, per fortuna c’è Joachim, il capo sala, di cui mi fido, che mi aiuta a girare la ragazza, mentre la giro vedo la contrattura alla bocca, le contratture agli arti, poi una medicazione alla gamba. Come un lampo dico: tetano! Era arrivata il mattino, nella cartella c’era scritto malaria ed era in terapia con Chinino! Subito facciamo del Valium, per calmare le contratture dolorose e poi, la mia risorsa, chiamo Vanya, le chiedo se ha posto nella sua terapia intensiva, forse abbiamo speranza che, se non ce la farà, almeno sarà seguita. Io ero furiosa, possibile che nessuna senta le grida di dolore, possibile che il medico che l’ha visitata (se l’ha visitata!) in pronto soccorso non abbia visto, nella lettera di riferimento c’era scritto: spasmi muscolari, difficoltà alla deglutizione, ferita alla gamba, io solo leggendo la lettera avrei pensato al tetano, no, era più semplice la malaria ed il chinino che non si nega a nessuno, possibile che anche gli studenti infermieri alla 5,30 se ne vadano perché è finito l’orario? Non interessa loro proprio niente!