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Esteri

DIARIO BURUNDI/ Qui, nell'ospedale di Ngozi, dove anche la morte parla della vita

CHIARA MEZZALIRA torna a parlarci della sua esperienza nell'ospedale di Ngozi, in Burundi. Aspettando il Natale, ecco le storie e i fatti di quest'anno che più l'hanno colpita

Foto: InfoPhotoFoto: InfoPhoto

Carissimi,
è da un po’ che non scrivo, come se aspettassi che succeda sempre qualcosa di particolare, ma qui tutto è particolare. Piuttosto aspetto che accada in me la comprensione del senso di quello che mi succede e di come io mi pongo davanti ai fatti. Allora racconto alcuni fatti che di più mi hanno fatto prendere coscienza di questo Mistero che è entrato nella storia.

Una mattina arrivo in neonatologia e ci portano un bimbo piccolissimo di 770 grammi. Vedo che respira, si muove, le manine prendono le mie dita, gli do una goccia di latte, la succhia, mi commuove pensando che è “un uomo”. La sera prima avevo letto quel capitolo del libro Chiamate la levatrice di Jennifer Worth, che raccontava di Conchita alla sua 25° gravidanza, un parto prematuro, dopo un’incidente, madre gravissima. Quando è arrivata l’ambulanza con l’incubatrice per portare via il bambino, improvvisamente la madre si è risvegliata e con tutte le sue forze ha tenuto stretto il bambino, impedendo che glielo portassero via, gridando “Vivrà!”. Per mesi se lo è tenuto legato al seno dandogli goccia a goccia il latte. Anch’io mi sono detta, questo piccolino vivrà. Poi mi sono venuti in mente i mini Pampers che avevo visto alla Columbus, NY, da Elvira. Sono andata a casa, ho tagliato una mia maglietta di filo di scozia ed ho fatto dei triangolini, piccolissimi, morbidi come pannolini. La mamma aveva il latte, quindi abbiamo iniziato, oltre alla terapia, a dargli qualche goccia di latte. Il giorno dopo aveva, come tutti, perso peso, ancora qualche goccia di latte. Io ero sempre certa: ce la farà. Il terzo giorno arrivo al mattino in Neo, prima domanda, come sta? Non c’era più. Si può giustificare tutto, era troppo piccolo, chissà se le infermiere lo hanno veramente seguito, ma non toglie il tuffo di dolore al cuore.

Ai nostri amici del movimento piace molto cantare, imparare i canti italiani. Pensando al Natale ho trovato le parole di “In questa notte splendida” che mi aveva lasciato Benedetta con la traduzione in francese, ed avevo la registrazione cantata da Chieffo. Ho detto, possono impararla. C’è il passaggio più acuto, “un bimbo piccolissimo le porte ci aprirà” e quel “piccolissimo” sembra ancora più piccolo. Mi vengono in mente i miei piccolissimi. Poi dice: “asciuga le tue lacrime, non piangere perché, Gesù nostro carissimo è nato anche per te”. Io ho detto: non “anche”, ma “proprio” per me. Un Mistero presente, per me, per farmi entrare nell’orizzonte dell’Eterno già ora.

Una mamma, con un bimbo di un anno e mezzo, ha avuto due gemelli, prematuri. Naturalmente il primo si chiama Bukuru ed il secondo Butoyi, come tutti i gemelli. Bukuru sta bene, ma Butoyi dopo un po’ di giorni si aggrava, non satura bene, lo mettiamo in incubatrice (anche se suor Bruna, che è anche lei una gemella, dice che i gemelli non si devono mai separare) con ossigeno, flebo, antibiotici, respira sempre male, istintivamente mi veniva da dire alla mamma, concentrati su Bukuru, almeno uno siamo sicuri sopravvivrà, (per fortuna non so parlare il Kirundi), ma lei no, era preoccupata per Butoyi, come il pastore per la pecorella smarrita.