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DIARIO USA/ Padre Jerry: così don Lasuba (Sud Sudan) ci ha attaccato il "mal d'Africa"

Pubblicazione:venerdì 26 dicembre 2014

Bambine sud-sudanesi festeggiano l'indipendenza del paese (Infophoto) Bambine sud-sudanesi festeggiano l'indipendenza del paese (Infophoto)

Come vediamo l'Africa noi americani? Se si ascoltano i notiziari, si viene sommersi da scenari di violenza, carestie, dittature e, più recentemente, di epidemie come Ebola. A fronte di queste innumerevoli situazioni di crisi, continuo a incontrare missionari, giovani che stanno facendo là esperienze di studio, medici lì in visita, tutti con il desiderio di tornare in Africa. Sono stati "colpiti" e desiderano prolungare la loro esperienza. E' chiaro che quell'esperienza ha risvegliato il loro "io" e desiderano questo modo di vivere che non sembra possibile nella loro situazione "nomale", riconoscono in Africa una vita di relazioni che è vera. Rimango sempre provocato da questo ampio divario tra dinamismo e ottimismo da un lato e guerra e carestia dall'altro. 

Potremmo dire che ci sono timori irrazionali che stravolgono la realtà della vita: gli americani sono terrorizzati dall'epidemia di Ebola, ma non sembrano pensare al fatto che l'influenza uccide in media 23mila americani ogni anno. Anche se il concetto popolare di "tenebre" esiste e le prove sono date ogni giorno dai media, si continua a voler prendere il rischio di visitare o andare a lavorare, in questa terra di "latte e miele".

Durante gli scorsi dieci anni, noi della comunità della parrocchia di San Giovanni Evangelista, qui a Rochester, Minnesota, siamo stati colpiti dalla presenza di don John (Lugala) Lasuba, che ci comunica nel profondo le ragioni degli americani che desiderano scoprire il significato della vita in questa "terra a pezzi". Don John è cresciuto e vissuto in un Paese, il Sudan, che è rimasto immerso nella guerra e nella violenza per tutta la sua vita. Suo padre e quattro fratelli sono stati assassinati nella sua città natale di Yei quando era un bambino. Dopo essere stato ordinato prete nel 1991, ha lasciato le sue sorelle e i suoi amici per andare a prestare il suo servizio sacerdotale nel "bush", la boscaglia, dove era sotto attacco ogni giorno, dato che la guerra continuava. Il nemico gli dava la caccia e la sua vita era in costante pericolo, costringendolo a rifugiarsi negli Stati Uniti.

Nella nostra parrocchia c'era già una comunità sudanese ed è stata questa l'occasione che ci ha portato ad ospitare don John e a cominciare il nostro rapporto con lui, e poi a costruire la scuola St. John nella sua città di Yei. La nostra gente è commossa dalla sua presenza, il garbo della semplicità ci attrae e risveglia in noi il desiderio di seguire. Non ha nessun desiderio di vendetta, ma è pieno del richiamo a quell'abbraccio di misericordia che ci permette un futuro pieno di speranza. 


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