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PALESTINA/ Mons. Tomasi: l'amore di Francesco sbloccherà Israele

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La posizione della Santa Sede è stata coerente e in linea con le decisioni della comunità internazionale, sostenendo l'idea di due Stati indipendenti e di un accesso garantito a tutti ai luoghi santi per i cristiani, musulmani ed ebrei a Gerusalemme. Poi il ruolo specifico della diplomazia pontificia è di costruire ponti e rafforzare i legami di fraternità della famiglia umana. A lungo andare, l'interesse di israeliani e palestinesi è di passare dall'ostilità reciproca alla convivenza pacifica nella stessa regione. La strada della riconciliazione non è certo facile, ma mi pare l'unica percorribile per uscire dall'impasse.

Non teme che Israele, trovandosi all'angolo, non abbia alcuna intenzione di sedersi al tavolo della pace?
Le reazioni da Israele sono state finora negative. La giusta preoccupazione della sicurezza che domina la politica israeliana è profondamente radicata nella sua esperienza storica. Occorre esaminare quali siano i mezzi più efficaci per garantirla, se solo la forza militare o anche il mutuo riconoscimento nella comune umanità.

Veniamo al disgelo tra Cuba e Stati Uniti. Tutti hanno riconosciuto il ruolo decisivo svolto da papa Francesco: lei potrebbe circostanziarlo meglio?
Papa Francesco ha agito con molta discrezione e la storia darà eventualmente un resoconto della sua azione diplomatico-pastorale per aprire un dialogo tra Cuba e Stati Uniti. Al di là di quanto riportato nei media, non ho elementi particolari da aggiungere oltre a considerare che si tratta di un cammino lungo nel tempo, cominciato con papa Giovanni XXIII durante la crisi dei missili russi a Cuba, le visite all'isola dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Si tratta di un processo di apertura e maturazione che papa Francesco ha portato a compimento con coraggio ed una visione nuova verso le periferie del mondo e della cultura.  

I repubblicani più a destra e i profughi cubani anti-castristi negli Usa si trovano d'accordo nel criticare Obama, dicendo, come ha fatto ad esempio John Boehner, che l'apertura è la "concessione insensata a una dittatura". Papa Francesco cerca naturalmente di costruire la pace, ma a che prezzo?
La strumentalizzazione politica dell'evento apertura Cuba-Stati Uniti mi pare naturale con l'avvicinarsi della campagna politica per la presidenza americana. L'altro che diventa vero partner nel dialogo, tuttavia, non blocca, ma rafforza, lo sviluppo democratico. L'isolamento sostiene le dittature mentre il dialogo le demolisce. Ho fiducia che questo sia il cammino anche nelle nuove relazioni tra Cuba e Usa.

Come definirebbe l'approccio di Francesco alle questioni internazionali?
L'atteggiamento ispirato da papa Francesco mi pare quello di non trincerarsi dietro steccati ideologici o sociali ma di andare incontro all'altro, stendere la mano dell'amicizia alla persona che cerca senso, comprensione, sopravvivenza. Più che un cambiamento di stile, mi pare la riscoperta del messaggio evangelico dell'amore del prossimo applicato al mondo globalizzato di oggi.

Quando cadono i "muri" si presentano nuovi problemi, quelli del dopo. Che ruolo svolgerà — ammesso che intenda farlo — la Santa Sede nel ristabilirsi delle relazioni tra i due paesi? Qual è la vostra preoccupazione fondamentale da questo punto di vista? 



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