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Esteri

ISRAELE-PALESTINA/ Netanyahu getta la maschera e prepara lo "Stato razziale"

Benjamin Netanyahu (Infophoto)Benjamin Netanyahu (Infophoto)

Questo voto nasce da un lato dal consueto attivismo francese in Medio Oriente, per cui Parigi ha sempre cercato di conseguire una politica che corrispondesse a una sua affermazione nazionalistica nel quadro internazionale. La presa di posizione dell’Assemblea francese è dall’altra una risposta esplicita alle ultime decisioni di Netanyahu. Per bilanciare questa deriva tutti i Paesi occidentali, inclusa l’Italia, dovrebbero riconoscere la Palestina. La nascita di uno Stato ebraico sulle ceneri dello Stato d’Israele diventa evidentemente un presupposto per disconoscere qualsiasi reale intesa con i palestinesi.

 

Che cosa si prepara in Israele e Palestina?

Non si prepara assolutamente niente. Ormai i palestinesi sono stati sostanzialmente abbandonati al loro destino, e non c’è più un solo Paese arabo che sia disposto a rischiare una crisi internazionale per i palestinesi. Assad era rimasto l’unico baluardo che li sosteneva, ma la guerra civile nella quale si trova ingolfato fa sì che abbia altro cui pensare. I palestinesi quindi non hanno più nessuna chance reale di vedere riconosciuto un loro autentico Stato. Israele se ne è reso conto e ne ha approfittato per andare nella direzione dello Stato etnico e razziale. Chi ci perde sono i palestinesi, come del resto è sempre avvenuto.

 

Le recenti tensioni a Gerusalemme sono il segno di una situazione che sta degenerando?

Sì, e ciò non è immune da gravi pericoli. Un governo Netanyahu che sposa le prospettive degli ultra-ortodossi e che quindi è sostenuto da questi ultimi, nel futuro anche immediato non potrà che assumere decisioni più rigide e ciò inevitabilmente scatenerà dei conflitti.

 

Come vede la posizione degli Stati Uniti nei confronti della questione palestinese?

Anche con Obama, gli Stati Uniti non hanno mai smesso di fare una politica filo-israeliana. Il problema è che per ottenere un vero bilanciamento delle forze in Medio Oriente, l’emarginazione forzata dell’Iran rappresenta un grave errore politico e ciò vale anche nella prospettiva della lotta all’Isis. Spero che le ultime evoluzioni non significhino che gli Stati Uniti si stanno preparando a legittimare una guerra preventiva contro l’Iran, che sarebbe un osso molto più duro dell’Iraq di Saddam Hussein. Qualsiasi sia lo scenario che ci aspetta, è chiaro però che una politica di marginalizzazione di Tehran sarebbe un grave elemento di turbativa all’interno di equilibri precari.

 

(Pietro Vernizzi)

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