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Esteri

DIARIO ARGENTINA/ I "misteri" di un Paese che l’Europa ha dimenticato

Mario MarkicMario Markic

Sì, questa diatriba prosegue. Ed è un fatto che risiede nella ipocrisia degli argentini ed è anche dovuto al sistema presidenzialista. Perché l’interno dell’Argentina, la “Tierra adentro”, ha sempre visto Buenos Aires come un porto. Gli inglesi, non potendo conquistare il Paese con le armi, lo fecero con l’economia: costruirono il sistema ferroviario come mezzo per esportare le ricchezze del Paese e quindi fecero capo proprio a Buenos Aires.

 

L’Argentina è stata poi una grande meta di flussi migratori…

Senz’altro fu un fatto positivo, perché significava incamerare gente di diversa provenienza e la diversità è sempre un bene. Però molti arrivarono qui con la promessa di poter acquisire terre, cosa che non avvenne perché quando essi giunsero nelle province scoprirono che le terre se le erano divise i militari e le persone che avevano il potere in quei luoghi. Quindi, gli stessi intermediari che avevano fatto arrivare questa povera gente li fece tornare indietro e moltissimi di loro si stabilirono forzatamente a Buenos Aires, dove cominciarono a sorgere i “conventillos”, veri e propri condomini multietnici e non, che alla fine popolarono la città, che crebbe a dismisura, trasformandosi. C’è un grande scrittore argentino degli anni ‘30, Ezequiel Martinez Estrada, che scrisse un saggio sull’argomento, intitolandolo “La cabeza de Goliath” (“La testa di Golia”), immaginando l’Argentina come un gigante la cui testa è costituita dal porto, cioè Buenos Aires. Un gigante fragile e invertebrato, però con una testa molto grande, assimilabile a un polipo i cui tentacoli si estendono sul resto. Attualmente i deputati e i senatori sono totalmente dipendenti dal Presidente con i suoi ampi poteri, quindi non rappresentano più le province da cui gli stessi provengono: di fatto avallano le decisioni presidenziali, anche quando sono contrarie ai loro interessi.

 

In pratica il federalismo non esiste…

Diciamo che la democrazia in Argentina è debole e puramente formale, quindi non esiste. Perché spesso i Governatori delle province devono forzatamente assecondare le decisioni presidenziali altrimenti non ricevono fondi. E il bello è che spesso i Presidenti sono stati a loro volta Governatori. Sento gente lamentarsi dell’arretratezza in cui versano alcune regioni e di come esse siano sottomesse a Buenos Aires. E allora gli rispondo: “Ma se il tuo Governatore o i tuoi deputati avallano le decisioni del Presidente sarà sempre così!”.

 

Borges diceva che il sangue degli argentini è un cocktail, alludendo alle mescolanza etnica. Ma come può un popolo di così interessante formazione, visto che la diversità è di per sé un fatto positivo, guardare sempre indietro, riferirsi alla storia invece che progettare il suo futuro?

Beh, se Borges, persona di somma intelligenza, non ha trovato la risposta… Io posso dire che all’epoca in cui frequentavo la scuola di giornalismo avevo un professore di sociologia, un personaggio che alla grande formazione culturale aggiungeva quella del contatto quotidiano con la gente incontrata per strada, nei quartieri, autore tra l’altro di testi di sociologia centrata sull’Argentina, che affermava, rifacendosi ai tempi passati dell’emigrazione di massa, che gli emigranti arrivavano nel porto di Buenos Aires ma con la testa rivolta al mare, verso i luoghi da dove provenivano, con poco affetto per il posto dove arrivavano ma con grande nostalgia per le terre lasciate, con la speranza mai sopita di poterci tornare. Cosa che ha costituito per loro una convinzione talmente radicata da non potersi mai assimilare al Paese che li aveva accolti. Fatto che è rimasto a lungo marcato con il fuoco. Da questa filosofia deriva il tango, espressione della malinconia, nato proprio nei “conventillos” formati dagli emigranti.

 

(Arturo Illia)

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