BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

DIARIO SUD SUDAN/ La cooperante: ecco perché continuiamo a restare

ANNA SAMBO, responsabile dei progetti Avsi in Sud Sudan, pone una domanda a cui in pochi sanno rispondere in un luogo dove la vita è sempre difficile: perché rimanere ancora?

Avsi in Sud SudanAvsi in Sud Sudan

“Il governo dell”Eastern Equatoria non può obbligare gli IDPs a spostarsi da Nimule in un altro posto. Violerebbe I Diritti Umani”. “Chi difende I Diritti Umani dovrebbe chiedersi che tipo di vita difende”. Cosi è stato detto qualche giorno fa nella sala riunioni di un ufficio del Governo dell’Eastern Equatoria (uno dei 10 Stati del Sud Sudan, dove AVSI opera dal 1992), durante una riunione convocata del Deputy Governor per l’emergenza IDPs (Internally Displaced People, chi cioè si sposta e cerca rifugio all’interno del paese dove vive). Ora siamo rientrati in Sud Sudan da quasi una settimana. Un meeting con lo staff sotto gli alberi nel cortile del compound mi dice che ognuno di “loro” è preoccupato per se stesso, per la famiglia, per il fatto che tutti stanno cercando di lasciare il paese, per il fatto che i prezzi sono più alti per la difficoltà delle importazioni da Uganda e Kenya, perché il passaggio alla frontiera è più difficile e costoso del solito. Sono preoccupati e credo si chiedano se restare.

Mi chiedo anche io come possano decidere di restare, ma poi penso che se siamo convinti che l’Uomo è lo stesso dappertutto, le motivazioni per restare o andare sono le stesse per tutti. Noi e loro. Certo il lavoro, i soldi, la voglia di una vita in pace senza temere di sentire gli spari intorno e senza la paura per la moglie, il marito, I figli. Ma al meeting ci diciamo che ci sono altri modi, che chi fa l’autista per AVSI fa un lavoro diverso. Che proprio ora tocca provare a restare. La sera tra di “noi” espatriati ne parliamo. E penso sia una domanda per tutti: perché stare qui?

Domenica è morto un nostro autista. Non c’entra la Guerra. C’entra solo la scelta di usare le armi e la violenza. Forse la disperazione o forse una sbronza. Siamo stati tanto in silenzio, solo il silenzio andava bene. Sebit ha litigato con uno zio per una questione di dote non pagata, per una questione di mucche (che sono la “moneta” locale), ma chissà cos’altro c’era. Ha sparato a suo zio, poi è scappato. Dopo è tornato a casa sua. Era giovane con un bel sorriso. Avrà pensato che a casa si sarebbe salvato. Casa è sempre casa. E invece lo hanno trovato facilmente, lo hanno rincorso nel villaggio. Maria mi ha raccontato: lo hanno inseguito e gli hanno sparato alla gola. Poi lo hanno portato in montagna (le montagne dell’Eastern Equatoria sono bellissime). Maria mi ha detto al telefono: hanno detto che lo portavano in montagna per finirlo, se respirava ancora. Sebit dal bel sorriso. D’altra parte ogni giorno, ogni santo giorno, tocca chiedersi perché siamo qui. Una domanda aperta e pure una ferita.

© Riproduzione Riservata.