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CRISI UCRAINA/ Così Usa e Russia possono evitare la nuova Guerra fredda

Vladimir Putin (S) con Van Rompuy e Barroso (Infophoto) Vladimir Putin (S) con Van Rompuy e Barroso (Infophoto)

Diversamente dai singoli stati europei, gli Usa, e di conseguenza l’Ue, hanno continuato a mantenere un doppio standard rispetto alla Russia: partenariato strategico e containment. L’Italia, sin dagli incontri promossi da Berlusconi con Putin a Pratica di Mare nel 2001, ha scelto il partenariato strategico, che infatti diede luogo al consiglio Nato-Russia.  Oggi, la posizione del governo Renzi e del ministro degli esteri Mogherini non ha sconfessato quella scelta, ma ondeggia nell’ambiguità. Invece, la radicata cultura dei sovietologi dell’amministrazione americana non ha mai abbandonato la cultura della contrapposizione. Nell’era Clinton (1992-2000) l’approccio era quello rapace del ‘vincitore’ che si arrogava il diritto di dare lezioni di economia e democrazia, nel ‘mondo piatto’, per ‘aprire’ la Russia agli interessi delle corporation americane. Operazione piuttosto riuscita, visto che oggi due giganti russi dell’energia, Rosneft e Gazprom, sono partecipati in modo significativo da società americane ed europee. Nell’era di George W. Bush (2001-2009), complice la necessità di avere alleati nella ‘guerra al terrore’, le relazioni con la Russia sono state più equilibrate, nonostante il piano di difesa anti-missilistica che dal 2003 l’amministrazione voleva impiantare in Europa orientale.

Tutto è cambiato nel 2007, in coincidenza del crash finanziario degli Usa. Lo stesso anno, l’amministrazione americana ha voluto negoziare con la Polonia e la Repubblica Ceca l’installazione sul loro territorio di sistemi anti-missile teoricamente diretti contro l’Iran e il Medio Oriente. Nel 2008, le pressioni americane, della Nato e dell’Ue hanno provocato la reazione russa che si è conclusa con la guerra in Georgia per ‘sostenere’ due repubbliche russofone separatiste. Nel settembre 2009, l’amministrazione Obama dichiarò di aver ‘cancellato’ il piano di difesa anti-missile in Europa. Parole e atti conciliatori, che però dovevano fare i conti con i neocon americani, un’area trasversale repubblicana e democratica, che continuavano a vedere nella Russia un nemico. In tutto questo, le grandi menti della politica estera e di sicurezza dell’Ue non hanno mai preso posizione o dichiarato le loro intenzioni. Invece, un ex consigliere per la sicurezza di Carter e poi di Obama, amato dalla sinistra socialdemocratica europea, l’oriundo ebraico polacco Zbigniew Brzezinski aveva pubblicato nel 1998 un libro, “The grand chessboard”, in cui teorizzava la necessità per gli Usa di prendere il controllo dell’Ucraina. Non è casuale, quindi, che le attività di un altro oriundo ebreo, l’ungherese George Soros, attraverso le sue fondazioni miliardarie per la ‘open society’ siano riconoscibili dietro a molti dei movimenti ‘colorati’ e ‘rivoluzionari’ in Ucraina, fino ai nostri giorni. L’anno successivo, il 1999, l’Italia guidata da D’Alema era in prima fila nel bombardamento Nato della Serbia per far nascere un governo autonomo in Kosovo, ancor’oggi riconosciuto solo da qualche paese.

Nell’autunno 2013 la crisi ucraina era ormai matura e pronta, mascherata dietro le legittime richieste di una minoranza di voler accedere ai benefici di libertà e democrazia che l’Ue poteva fornire attraverso un accordo di associazione (prologo dello statuto di membro effettivo). Sugli errori di valutazione e di gestione dell’Ue che agiva insipiente attraverso il proprio programma di partenariato (“Eastern Neighbourhood”, il vicinato orientale) abbiamo già scritto su questo giornale, ma non possiamo che sottolineare che quando si creano aspettative le si devono sostenere fino in fondo. L’Ue “ha messo incinta l’Ucraina, e poi non ha voluto sposarla”, mi ha sussurrato un abile diplomatico occidentale.