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CRISI UCRAINA/ Così Usa e Russia possono evitare la nuova Guerra fredda

Pubblicazione:martedì 18 marzo 2014 - Ultimo aggiornamento:martedì 18 marzo 2014, 8.03

Vladimir Putin (S) con Van Rompuy e Barroso (Infophoto) Vladimir Putin (S) con Van Rompuy e Barroso (Infophoto)

Ue e Usa approvano delle sanzioni (cosmetiche) perché è un atto dovuto per non accettare in silenzio lo stato dei fatti in Ucraina e in Crimea. “Sanzioni mirate” hanno detto i ministri europei, nelle quali nessun politico di livello governativo o uomini d’affari significativi sono stati toccati. Mentre si celebra la farsa sanzionatoria, la società statale Rosneft è salita nel capitale della Pirelli, e l’italiana Saipem ha avviato l’esecuzione con la russa Gazprom del primo troncone del gasdotto South Stream che collega la Russia, via la Crimea, all’Europa. Quanto alle borse e ai mercati finanziari nessuna reazione negativa, anzi dei lievi rialzi. L’oligarca russo Alex Knaster, che controlla il fondo di investimenti Pamplona, e il suo mentore, il plutocrate russo Mikhail Fridman, proprietario della Alfa Bank, e molto vicino a Putin, hanno mantenuto le partecipazioni nella banca italiana Unicredit. Questo non ha spaventato il fondo americano di investimenti BlackRock che ha incrementato la sua quota in Unicredit, diventando il primo azionista con il 5.24% del capitale.

Poiché la saga delle sanzioni è fuffa tanto quanto quella agitata sulla presunta violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina, cerchiamo di capire meglio cosa sta agitando le relazioni tra Usa, Ue e Russia.

La crisi in Ucraina è un intreccio di problemi di autodeterminazione e di diritti di minoranze che si avviluppano sul suo territorio sin dalla caduta degli Imperi nel 1918. Dopo l’occupazione della Germania nazista (1941-1944) è seguita la dolorosa pax sovietica che li aveva soltanto sopiti. Dopo l’indipendenza ucraina nel 1991, l’irresponsabile gestione delle autorità dell’Unione europea, e in particolare di Regno Unito, Polonia, e Germania ha liberato istinti primari, immorali e socialmente pericolosi che si sono radicalizzati fino ad esplodere nella crisi attuale. Dal 1989 al 2000, gli Usa erano molto attivi in Russia e nell’insieme dello spazio ex-sovietico mentre, in realtà, la Federazione Russa è stata geopoliticamente piuttosto debole o neutrale in Ucraina (come anche in Yugoslavia e negli ex paesi membri del Patto di Varsavia). Quando, nel 2000,  Vladimir Putin è stato eletto presidente della Federazione Russa, ereditava il paese più vasto del mondo in condizioni economiche e sociali disastrose, a causa degli errori sovietici ma soprattutto delle sconsiderate politiche liberiste di privatizzazione della presidenza di Boris Yelcin, istigate dall’Occidente (particolarmente dagli Usa, dall’Olanda e dal Regno Unito). Dopo meno di un secolo dalla ricostruzione post-zarista iniziata nel 1917, con Putin la Russia ha dovuto faticosamente e dolorosamente recuperare l’ordine interno, l’equilibrio sociale, la dignità nazionale e un ruolo di stabilizzazione del proprio vicinato. Questo è stato possibile grazie anche agli enormi flussi di denaro che le sono pervenuti attraverso il commercio statale delle materie prime e dell’energia (gas e petrolio). In Europa, i principali referenti di questa politica di rinascita russa sul piano industriale sono stati la Germania di Schroeder e l’Italia di Berlusconi. Non va dimenticato che contemporaneamente, sul piano finanziario, la Russia ha potuto beneficiare dell’effetto di leva offerto dalle piazze borsistiche per la gestione dei derivati e del trading energetico, particolarmente nel Regno Unito, in Svizzera, e in Austria. Direttamente o indirettamente, la ricchezza della Russia è stato un volano economico per tutti i paesi europei.


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