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DIARIO SUD SUDAN/ La cooperante: gli sfollati e quella "vita" nel compound

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Sfollati a Juba  Sfollati a Juba

La macchina non funziona. Caldo torrido. Juba. Mattina. Io e Paola partiamo, con due boda (i mototaxi). Destinazione l’ufficio della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), vicino al Jebel Kujur, la montagna di Juba. E’ quasi dentro la città, ma ci vuole mezz’ora di moto per arrivarci.

La strada asfaltata diventa sterrata. Le postazioni dei militari lungo la strada aumentano via via che ci avviciniamo alla montagna. Quella montagna è stata uno dei luoghi che mi hanno fatto sentire bene la prima volta che sono stata a Juba. Ci siamo andati a camminare e ad arrampicare lungo una via aperta da Gabriele e Andrea, primi amici qui. L’aria era fresca. La città sotto di noi.

Alle pendici della montagna, uno dei campi della UNMISS (United Nations Mission in the Republic of South Sudan) a Juba. E’ più grande della città, quel compound, mi dice Paola quando rientriamo dalla nostra missione fuori città. Il caldo lì sembra più torrido. Il ritorno sotto il sole di mezzogiorno ci lascia senza fiato e senza parole.

Tra l’andata e il ritorno, una riunione con la FAO e un’attesa al cancello, prima di entrare, dove c’è un continuo via vai di civili misti a caschi blu e guardie della sicurezza del compound. Ogni persona che entra – donne, bambini – viene perquisita. Probabilmente più volte al giorno. Gente che vedi nei villaggi, li immagini accampati dentro il campo delle UNMISS, ad aspettare.

Fuori sta nascendo una piccola economia di venditori di acqua, bibite, chapati, sigarette. I bambini si avvicinano, ma non chiedono nulla. Quanto rimarranno qui? Da dove arrivano? Chi sono? Non se ne andranno più, mi dice Paola.



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