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UCRAINA/ L'equivoco anti-tedesco di chi guarda (solo) alla Polonia

Pubblicazione:giovedì 6 marzo 2014

Angela Merkel (Infophoto) Angela Merkel (Infophoto)

Bisogna dare atto al sussidiario di avere saputo dare spazio a punti di vista anche molto diversi, aprendo un dibattito reale, oggi più che mai carente, al tempo dell'informazione a senso unico. Di questa apertura approfitto per marcare un certo sconcerto alla lettura dell'ultimo articolo di Robi Ronza, dedicato alla crisi ucraina e dal titolo più che mai emblematico: "La soluzione passa per Varsavia". 

Non credo affatto che la soluzione passi per la Polonia, a meno che non si intenda che passi "anche" per la Polonia, con una forte relativizzazione di quella che è la tesi centrale dell'analisi, ancora una volta legata – tesi non nuova per questo giornale – all'idea di un'egemonia tedesca sull'attuale Unione Europea, che ne pregiudicherebbe la capacità di intervento e la natura "solidale". È la stessa tesi che, da mesi, va ripetendo un altro ottimo collaboratore, Mauro Bottarelli, per la questione della crisi finanziaria europea. Andiamo, però, con ordine.

Le premesse dell'intervento di Robi Ronza sono condivisibili, quando traccia una sorta di fenomenologia della crisi ucraina, a partire dalle sue ragioni storiche e culturali. Ronza ha anche ragione quando afferma che, di fronte alla crisi, servirebbe più Europa, ma, giustamente, si trova, poi, a dover fare i conti con le divisioni interne alla Ue. Tuttavia, proprio questi riferimenti di ordine storico dovrebbero aiutare a valutare con più prudenza il ruolo che egli attribuisce alla Polonia che è, forse, tra tutti gli attori europei, il meno indicato a mediare tra le due componenti fondamentali della realtà ucraina: quella occidentale, prevalentemente cristiano-uniata od ortodossa, e quella orientale, prevalentemente ortodossa e russofila. 

Non chi scrive, ma una fonte autorevole come il card. Kasper, per anni responsabile del dialogo interconfessionale, nella sua autobiografia ha sottolineato come passi avanti reali nel dialogo con la Chiesa ortodossa furono fatti solo quando Benedetto XVI (tedesco) successe a Giovanni Paolo II (polacco), e non per cattiva volontà di quest'ultimo che, anzi, per tutto il suo pontificato perseguì con energia proprio il disegno di un'unità ecumenica che corrispondesse pienamente alla sua idea di un'Europa con due polmoni. Si trattava, sostanzialmente, di una diffidenza secolare rispetto al cattolicesimo polacco, percepito, anche nella parte cattolico-orientale dell'Ucraina, come "colonizzatore" (nei confronti di una consolidata tradizione canonica e liturgica non latina) e in quella ortodossa, come quinta colonna del proselitismo di Roma. L'elemento religioso, come spesso accade in Europa orientale, è qui in stretta connessione con quello politico-nazionale, anche dopo sessant'anni di ateismo ufficiale di Stato. 

D'altra parte, oggi in Polonia ci sono parti politiche e persino libri di testo scolastici dove si pretende che città come Vilnius (Lituania) e Leopoli/Lwow (Ucraina Occidentale) siano culturalmente polacche, parti, cioè, di una Grande Polonia, sacrificata dallo strapotere degli imperialismi dei secoli XIX e XX.  


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