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Esteri

ELEZIONI ALGERIA/ Torna Ali Belhadj, contro di lui 380mila morti chiedono giustizia

Ali Belhadj (Immagine d'archivio)Ali Belhadj (Immagine d'archivio)

Quella che Belhadj chiama, suscitando un'indignazione senza fine, "autodifesa" si risolse in sgozzamenti, stupri, mutilazioni, uccisioni sommarie, fosse comuni. Io questo lo chiamo terrore organizzato, massacro preordinato, volontà di distruzione di un popolo e della sua integrità fisica e morale. Non hanno risparmiato nessuno, nemmeno bambini, disabili, donne, anziani, malati. Nemmeno sette monaci − i monaci di Tibhirine − che non avevano nessuna colpa, se non di aver predicato la pace e curato gli ammalati, di ogni credo e razza. Ogni corpo era il bersaglio della loro furia assassina e spietata. Della loro morbosa volontà di morte e violenza. E che il popolo algerino non meritava. Soprattutto in prospettiva che tutto questo si verifichi di nuovo.

Perché il rischio che l'estremismo torni a far male davvero all'Algeria c'è ed è concreto. I candidati moderati ci sono, infatti, ma quale prospettiva possono avere? Parliamo della "donna di ferro" di Algeri, Louisa Hanoune, segretario generale del partito dei lavoratori e attivista per i diritti arrestata durante quegli anni, oppure di Ali Fawzi Rebaine, parlamentare e fondatore dell'organizzazione di sostegno ai sopravvissuti dei massacri e alle loro famiglie, che si pone come candidato di rottura dopo tante elezioni, come quella che ci apprestiamo a vedere, sostanzialmente pilotate e senza consenso legale. 

Se la tendenza è quella che abbiamo visto finora, considerando anche le gravissime condizioni di salute di Bouteflika la cui candidatura appare più di facciata che altro, il consenso dei regimi allo sfascio finisce sempre in grossa parte alle formazioni tradizionaliste, formando di fatto un passaggio di consegne, seppure con la modalità elettorale. Nel caso assai remoto di una vittoria di Bouteflika ci troveremmo di fatto a dover tornare alle urne entro pochi mesi, vista la sua impossibilità a governare, e in un clima rovente. E lì, per gli estremisti, sarebbe un plebiscito senza scampo per nessuno. 

Non di poco conto, in questo senso, appare anche la figura di Rachid Nekkaz, il facoltoso e apparentemente disinteressato magnate franco-algerino assurto alle cronache perché si è preso la briga di pagare le multe delle donne sanzionate per l'utilizzo del niqab in pubblico in Francia. La sua candidatura, portata avanti più che altro dall'estero, ha reso chiaro come la presenza francese sul territorio algerino possa ancora dipanarsi in molti modi, ma di certo non quello di modernizzare l'Algeria. Che di tutto ha bisogno tranne che di un personaggio totalmente avulso dal contesto e residente all'estero, la cui azione rischia di erodere ancora di più la riserva elettorale dei moderati, disperdendo il voto e facendolo propendere verso le fazioni dell'ex Fis.

Diciamocelo chiaramente, non pagherà mai, Belhadj, per il baratro e gli omicidi che ha prodotto; non pagheranno mai coloro che assieme a lui, e con la colpevole connivenza di un esercito talvolta più sanguinario degli stessi terroristi, misero in atto un genocidio da tutti dimenticato e che ora si vorrebbe "sdoganare" in maniera oscena sotto la definizione di qualcuno che si difende da qualcun altro.