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SCENARI/ Le otto mosse per salvare l'Europa dalle lobbies

Pubblicazione:mercoledì 16 aprile 2014

José Manuel Durão Barroso (Infophoto) José Manuel Durão Barroso (Infophoto)

Nel contesto europeo piuttosto tragico, descritto in un precedente articolo su queste pagine, è molto utile leggere quel che ha elaborato un think tank francese che fu fondato da un europeista convinto, Frank Biancheri, nei primi anni ‘90. Riproduciamo qui di seguito la traduzione di un estratto del bollettino n° 83 Europe 2020 del Geab, del 16 marzo 2014.

Se è pur vero che l’Ucraina - un piccolo Paese con una popolazione che non arriva a 50 milioni di abitanti - caratterizzata com’è dal confinare con due “mostri”, l’Europa e la Russia, non ha davvero altra scelta che “schierarsi”, non è la stessa cosa per l’Europa. Questa crisi rappresenta un test per la capacità dei politici nazionali di raccogliere lo strumento di indipendenza, di pace e di potere che, proveniente dai loro padri (le generazioni di politici che hanno governato fino alla fine degli anni ‘80), è a loro disposizione, ovvero quest’Europa unita e istituzionalizzata, che deve solo essere messa sotto controllo politico. La difficoltà consiste nel fatto che lo strumento che i politici devono ora afferrare non è l’Unione europea. Come abbiamo più volte spiegato, l’Ue non è che una tappa lungo il cammino della costruzione europea e, in questo momento, deve essere evitata.

Il contesto dell’Ue, nato dal Trattato di Maastricht del 1992, che avrebbe dovuto portare alla “unione politica e democratica” del continente europeo, è stato deviato dai suoi obiettivi. Da Maastricht a Lisbona è stata realizzata la sola Europa economica, ovvero l’allargamento senza fine di una zona di libero scambio (quella che la gente ora giustamente respinge), che serve solo agli interessi delle grandi lobbies di Bruxelles (che, per inciso, non sono i paesi membri, che ne sono ben lontani). Queste lobbies stanno esponendo il continente europeo al rischio di una fine drammatica (guerra e perdita dell’autonomia). Proponiamo di seguire otto raccomandazioni che, secondo noi, dovrebbero essere attuate con urgenza per tenere l’Europa fuori dalla trappola nella quale si sta cercando di farla cadere.

1. Tornare al metodo intergovernativo

Nell’ambito di questa gravissima situazione, non si può più “aspettare” Bruxelles (che consiste, purtroppo, in niente più che la Commissione o il Parlamento europeo), piuttosto il contrario. La questione deve tornare imperativamente agli Stati membri e al cosiddetto metodo “intergovernativo”.

2. Disattivare, oppure porre sotto controllo politico, il Seae, Servizio europeo per l’azione esterna (responsabile degli affari esteri dell’Ue)

Per fare questo, è imperativo punire l’irresponsabilità politica del Seae, e ricordare [a chi lo gestisce, ndr] che il suo compito è quello di attuare le decisioni prese dagli Stati membri. Il Seae non ha alcuna legittimità per parlare a nome dei cittadini europei, e ancor meno per prendere decisioni strategiche le cui conseguenze potrebbero essere la distruzione delle relazioni con i nostri vicini, l’avvio di guerre civili o la ricostruzione della “Cortina di ferro”. Sia nella forma che nella sostanza, non c’è niente di più semplice che ricordare al Seae le sue funzioni, e collegarlo a un organo decisionale più democratico e politicamente legittimo.

3. Esprimere una posizione comune sulla crisi

Qui le cose si fanno difficili. Se la baronessa Ashton e il Signor O’Sullivan [si veda la nota n. 2 del Geab n. 83, ndr] non possono fare alcunché dalla loro torre d’avorio, è perché “gli europei non sono in grado di parlare con una sola voce”. Quante volte lo abbiamo sentito dire, negli ultimi 25 anni? Ma questa volta l’Europa non ha scelta: deve raggiungere una posizione comune, altrimenti altre “agende” continueranno a controllare da lontano le operazioni. L’obiettivo, pertanto, è urgente, e la domanda è: “Come poterci arrivare”?


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