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DIARIO BURUNDI/ Nel dolore della piccola Christine, il senso della Pasqua

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Abbiamo fatto l'esame alla fine, con valutazione pre e post. Mi ha colpito che qualche giorno fa la vice direttore, che segue l'aspetto medico dell'ospedale, mi abbia chiesto di seguire soprattutto la formazione, che il dr. Ngandi della maternità le aveva riferito del corso, era stato molto bello ed utile, poi si riferiva anche al corso che avevamo fatto sul senso del lavoro e del malato come persona (con gli amici del centro di educazione permanente dell'Uganda).

Un fatto importante, che mi ha messo un po' alla prova, è stata la visita del professore di Verona per una settimana. Abbiamo il nuovo ospedale della mamma e del bambino. La struttura è finita, manca tutta l'attrezzatura ed io sottolineo che manca anche tutto il personale. Il prof è giustamente molto preoccupato di reperire fondi per attrezzarlo. Ci siamo un po' scontrati sul metodo, io sono qui, magari vedo in modo più miope, ma sicuramente più realistico. Qui comunque la cosa più affascinante è la sfida di lavorare insieme a persone così diverse, che non sono solo i burundesi, ma anche tutti i collaboratori, compreso il referente per il lavoro. Mi ha messo alle strette per chiedermi cosa significa seguire il mio cuore, senza trascurare nulla della realtà in cui un Altro mi ha immersa, che sa che ci sono i burundesi, ci sono i medici di passaggio, ci sono i prof. 

Durante la visita del prof. c'è stata anche la visita di Antonella, una responsabile della Don Gnocchi per il progetto e servizio di kinesiterapia. In questo periodo non c'è Silvia, la fisioterapista spagnola, che durante la sua vacanza in Spagna si è rotta una gamba e tornerà a giugno. 

Aspettiamo per un mese dei rinforzi, con Luisa, una nostra amica italiana. Il secondo giorno della sua visita, Antonella è inciampata in una griglia di ferro sporgente, cadendo di peso su un'altra griglia (le famose barriere… qui per i canali dell'acqua durante le piogge). Si è fratturata la testa dell'omero. Gli imprevisti e le urgenze in Africa non sono mai una cosa bella e subito mi è venuto in mente l'incidente di Fabio, il nostro amico dell'Avsi Congo. Così si sono messi in moto rapporti di ortopedici, assicurazione, biglietto aereo per decidere se ritornare subito in Italia… in questi casi meno si resta qui meglio è. Mi ha colpito tantissimo Antonella, il suo coraggio, ma soprattutto la sua accettazione di quello che era successo, che aveva completamente stravolto i suoi piani, compreso il dolore fisico. A partire da quello che le era successo si era interrogata sul bisogno degli altri, ed aveva in mente i pazienti della Don Gnocchi. Siamo riuscite, lei con coraggio viaggiando sa sola, a farla ritornare a casa il giorno dopo, l'ho accompagnata a Bujumbura, era chiara la priorità, gli studenti potevano aspettare un giorno.

Vi volevo anche raccontare di una riflessione fatta. Avevo letto in un pezzo dei nostri esercizi: "Che cosa ha dominato in te quando ti sei svegliata? Perché il risveglio mette davanti a noi chi siamo, cosa attendiamo, cosa prevale come contenuto della coscienza". Mi sono un po' spaventata di fronte a questa domanda, perché il mattino mi mette un po' di ansia, alzarsi, la messa delle 6, tornare a casa, cambiarsi per l'ospedale, preparare e fare colazione ed essere puntuali alle 7.30 in reparto per l'incontro del mattino con lo staff, il passaggio di consegne e la discussione dei casi. Un momento interessante, ma sempre… drammatico (i bambini morti, perché? quelli in coma, cosa hanno? Quanti nuovi ricoveri…).