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Esteri

DIARIO ARGENTINA/ Perché una bimba "figlia" di due donne viene battezzata?

In Argentina una bimba dal matrimonio tra due donne sarà battezzata nella cattedrale di Cordoba. Occorre rinunciare alla verità per non escludere nessuno? HORACIO MOREL

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Si chiama Umma Azul e sarà battezzata in questi giorni nella cattedrale di Cordoba, Argentina. La notizia sarebbe priva di qualsiasi rilevanza pubblica, se non fosse che Umma Azul è figlia di un “matrimonio paritario”, cioè celebrato tra due donne col patrocinio della legge, varata quasi quattro anni fa, che permette l’unione tra due persone dello stesso sesso.

È risaputo che quando papa Francesco era arcivescovo di Buenos Aires e cardinale primate dell’Argentina, sosteneva con decisione  l’atteggiamento pastorale di non negare il battesimo a nessun bambino, a prescindere dalle condizioni familiari.

Benché questa notizia colpisca la sensibilità dei più conservatori e dei sostenitori di una morale collocata principalmente a livello viscerale, la Chiesa non ha negato l’acqua del battesimo nemmeno ai figli di uomini che erano in peccato mortale perché evadevano sistematicamente le tasse o perché avevano lavoratori in “nero”. Perché, allora, farlo in questo caso?

Nell’agosto del 2011, l’allora cardinal Bergoglio diceva, in occasione dell’apertura del Primo Congresso Regionale della Pastorale Urbana che “solo la fede ci libera dalle generalizzazioni e dalle astrazioni di una visione illuminata che come frutto dà solo altre illuminazioni. Per poter guardare indivise et inconfuse all’altro, al prossimo, la fede aspira a ‘vedere Gesù’. Se ci poniamo in un atteggiamento di carità, possiamo dire che questo sguardo ci salva dal dover relativizzare la verità per poter includere. La città attuale è relativista: tutto è valido e possiamo cadere nella tentazione, per non discriminare, per non escludere nessuno, di sentire a volte necessario relativizzare la verità. Non è così. Il nostro Dio che vive nella città e si coinvolge nella sua vita quotidiana, non discrimina, né relativizza. La sua verità è quella dell’incontro che riscopre i volti e ogni volto è unico. Accogliere persone con un proprio volto e un proprio nome non implica relativizzare valori, né giustificare antivalori, ma non discriminare e non relativizzare implica avere costanza per condividere i cammini e pazienza nell’attesa che aiuta a crescere. La verità di chi accompagna è quella di mostrare il cammino per andare avanti, più che di giudicare gli errori commessi in passato. Lo sguardo dell’amore non discrimina, né relativizza, perché è misericordioso. E la misericordia crea la vicinanza maggiore, che è quella dei volti, e poiché vuole aiutare veramente, cerca la verità che più fa male – quella del peccato – per trovare la correzione vera. Questo sguardo è personale e comunitario e crea strutture accoglienti e non escludenti. Lo sguardo dell’amore non discrimina, né relativizza, perché è uno sguardo di amicizia. E gli amici si accettano così come sono e gli si dice la verità.