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LA STORIA/ 1. Ruanda, la fuga di Aldo

Pubblicazione:domenica 6 aprile 2014

bambini_Africa (infophoto) bambini_Africa (infophoto)

“Provammo a ricucire i rapporti, andammo a trovarlo, gli offrimmo del latte. Lui accettò il regalo, ma non ci ringraziò, quasi fosse stato un gesto dovuto, e ci urlò contro: ‘Cosa fate ancora nel mio Ruanda? Dovrebbero cacciarvi via’.”

“Ricordo ancora la faccia terrorizzata di uno dei nostri vicini, che corse da noi per avvisarci che i militanti avevano abbattuto tutte le nostre mucche e ne avevano mangiato la carne con tutta la pelle, come fossero animali. ‘Andate via, scappate’, ci disse. ‘Prima che sia troppo tardi’. Quello fu il giorno in cui iniziammo a nasconderci. Passavamo le giornate nella foresta e la notte ci mettevamo in cammino per allontanarci il più possibile dalla nostra casa”.

“Fummo catturati dopo pochi giorni. Ci portarono in un campo dove c’erano altri Tutsi e ci ordinarono di stare lì e aspettare che gli uomini delle milizie arrivassero per ucciderci. Lì incontrai un amico, che mi diede notizia del mio figlio più grande. Mi raccontò di come fu catturato e gettato in una fossa comune, insieme a decine di cadaveri, e di come lo trovò, ancora vivo, ma sporco e terrorizzato. Miracolosamente, scampammo all’esecuzione, grazie all’intervento del FPR, appena prima dell’arrivo dei miliziani. Ma da allora nulla fu più lo stesso”.

“Ancora oggi non riesco a dimenticare le scene di morte e violenza che ho visto. Ho perso molti parenti e amici in quei giorni, la mia famiglia è stata decimata. Mio padre, i miei fratelli, i miei zii. Mio figlio Aldo aveva pochi mesi, lo portavo sempre con me, in braccio, dormivamo insieme nei nascondigli che trovavamo nella foresta. Avevamo perso tutto, eravamo disperati, non avevamo idea di come avremmo potuto riprendere a vivere, anche a mesi di distanza dai giorni della tragedia”.

“Da allora, ogni anno, aprile è diventato il mese della tristezza e degli incubi”.



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