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Esteri

LA STORIA/ 2. Ruanda, la riconciliazione di Jean

campo_Africa (infophoto)campo_Africa (infophoto)

Al tempo del genocidio, Jean era molto giovane, appena maggiorenne. Ha ricordi confusi di quanto accaduto, della sua fuga durante un attacco ai tutsi del suo paese, Musambira, e dei giorni vissuti nei boschi, nascosto dai suoi persecutori. 

Per me, è stato come guardare la pioggia cadere, ma senza sapere come e perché. Crescendo, parlando con i più anziani, ho cominciato a capire che il genocidio non è stato un periodo di qualche mese, ma che quegli eventi sono stati solo l’apice di una persecuzione durata anni, cominciata molto tempo prima del 1994. Il Paese era diviso. Una parte della popolazione ha convinto il resto che i tutsi fossero pericolosi e che non ci sarebbe stato nulla di male a sterminarli. La povertà ha contribuito, perché rubare a un Tutsi era considerato legittimo e molte famiglie hanno migliorato la loro posizione sociale grazie alle confische delle proprietà tutsi”.

Oggi, il Ruanda, sta tentando con fatica di superare le divisioni, nonostante le ferite della guerra siano ancora aperte.

La gente ha capito che il genocidio è stato solo uno strumento in mano ai leader di allora, che miravano a mantenere il potere e pensavano di avere più diritto di altri a stare in questo paese. Gli atteggiamenti sono cambiati, perché le conseguenze del genocidio le hanno subite tutti quanti. A partire dai sopravvissuti, ognuno dei quali ha perso una persona cara, è dovuto fuggire e lasciare tutto quello che aveva costruito in una vita. In vent’anni, i diversi gruppi etnici hanno capito che possono vivere serenamente insieme e condividere le ricchezze del Ruanda. Non è stato semplice. All’inizio i tutsi vivevano da soli, uscivano poco e solo insieme ad altri tutsi. Poi sono nate alcune cooperative di lavoro e anche grazie a queste esperienze abbiamo avuto la forza, insieme, di andare da loro, di vederci. Ora, invece, si sente aria di vera riconciliazione”.

Il percorso verso un futuro di pace e riconciliazione è ancora lungo per i ruandesi. Jean ha scelto di costruirsi una vita normale grazie al lavoro, aprendo un negozio a Kamonyi.

Per quanto mi riguarda, ho scelto di vivere in pace e con fiducia negli altri e nel futuro. Dopo alcuni viaggi di studio, ho aperto un negozio in Ruanda e questo mi ha aiutato molto. La natura stessa del mio lavoro mi ha portato a incontrare persone di tutti i tipi e a trattare con loro per motivi professionali. Va da sé che la scelta dei miei clienti e dei miei fornitori non poteva essere una questione di etnia, ma di convenienza professionale. Così ho imparato a valutare le persone a seconda di quel che fanno e non di ciò che sonoAi sopravvissuti, a chi come me ha sofferto quei giorni, vorrei dire di impegnarsi nella ricostruzione di questo Paese. Di accettare quel che è stato e di non sprofondare nella disperazione causata da ciò che hanno visto, ma di lottare per ricostruire un futuro insieme”.