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DIARIO RUSSIA/ "Qui a Mosca si vive nell'odio e nella paura, perché?"

Pubblicazione:giovedì 1 maggio 2014

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4 marzo. Sono sul metro. L’occhio mi cade casualmente sul giornale colorato che legge la mia vicina. Credo sia Express-info, o forse Megapolis-express: alla rubrica «Guerra santa» si racconta che i combattenti del Majdan torturano i genitori sotto gli occhi dei figli, e poi annegano questi ultimi nel Dnepr eccetera. Non riesco a trattenermi: «Scusi, non le fa impressione leggere queste cose così brutte?». «E allora, non dovrei leggere più niente? - taglia corto la vicina (il viso duro, inquieto e stanco) - Bisogna pur sapere la verità». «Ma lei è convinta che sia proprio la verità?». La vicina non risponde. E a un tratto capisco: non è solo che le hanno fatto il «lavaggio del cervello». Una persona certa di essere assolutamente inutile vedrà attorno a sé soltanto mascalzoni. Chi ha perso la speranza (non in qualcosa di concreto, ma la speranza come modo d’essere) crederà soltanto alle cattive notizie e si attaccherà al golem che gli darà un’illusione di sicurezza e di forza. Inutile cercare di convincerla, il punto è un altro: come ridarle la speranza? Mi sembra che non sia il momento di denunciare e di esortare ma piuttosto di fare domande, di ascoltare, discorrere. E non da dietro le nostre linee difensive ma nel mezzo della comune umanità. Anche con chi nega ancora questa comunione e questa umanità. Pure questo è un lavoro, e anche molto rischioso. Cosa ne potrà uscire, Dio solo lo sa.

26 marzo. Basta dire a se stessi: «non mi fanno pena», «peggio per loro», che subito ci si sente in diritto di umiliare gli altri per amore delle nostre nobili idee e dei nostri alti ideali. Magari l’educazione non ci permette di usare questo diritto, ma questo non cancella la «legge» in quanto tale: se «non mi fanno pena» vuol dire che «a noi» tutto è concesso; invece soltanto la compassione è in grado di fermare la mano alzata per infliggere il giusto colpo. La compassione non cancella i conflitti di idee, non si rassegna all’ingiustizia ma ci solleva là dove non ci sono radicali e conservatori, destra e sinistra, simpatizzanti e avversari, e siamo tutti «poveri uomini».

15 aprile. Una caratteristica del linguaggio dell’odio è di essere irrimediabilmente generico. E si capisce, colpire nel mucchio è più facile. Per questo oggi l’ancora di salvezza è riuscire a cogliere nella folla un volto, a distinguere nel chiasso generale una voce non estranea, addolorata, fuori dal coro, che ci trattenga dal dire in modo istintivo e stupido «tutti loro». Fra i tanti insegnamenti che, spero, trarremo da questo periodo di angoscia e di vergogna, è quello di porre attenzione al singolo, di riconoscere che la voce della «singola persona» è sempre più importante di qualsiasi proclama politico e ideologia.

25 aprile. Ieri ho sentito una nuova versione della teoria della razza. «Quando avremo sbattuto fuori tutti gli ebrei, cominceremo a star bene», così diceva al tavolo vicino un giovanotto d’aspetto manageriale, esibendosi davanti a una signorina molto truccata. Per ebrei intendeva «tutti quelli che non amano la Russia, che vanno alle manifestazioni e difendono gli “omo”; hanno messo in croce Cristo e adesso gli dà fastidio che la Crimea sia nostra». La signorina assentiva, la conversazione scivolava da un argomento all’altro; quando hanno esaurito gli argomenti, si sono messi a parlare delle vacanze e qui ho scoperto che andranno… a Eilat. Alla faccia della «Crimea nostra» e degli ebrei. E mi vien da pensare che bisogna pregare tanto per chi è stato intossicato dalle bugie che stillano dagli schermi, che vagano per la rete strisciando da uno all’altro e passano per «voci confermate». Per chi non sa più a cosa credere e per questo è disposto a credere alle cose più brutte, e per la confusione e il dolore si convince che il mondo è senza speranza, e che solo il male è vero, anzi più è tremendo più è credibile. Per chi cerca sostegno nell’odio perché altrimenti non sa come continuare a vivere. E pregare anche per noi, che ci affanniamo a disingannare, a convincere, a discutere ma non siamo capaci di ascoltare con sufficiente compassione e profondità, così che il nostro stesso ascoltare, lo sguardo, l’abbraccio, la mano tesa diventino consolazione e speranza. Che il Signore ci dia a tutti chiarezza e misericordia.



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