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IL CASO/ Così l’Irlanda "imbavaglia" l'Europa su vita, educazione e famiglia

Pubblicazione:domenica 11 maggio 2014

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L'articolo 3 del Protocollo contiene poi una clausola di salvaguardia della politica di neutralità dell'Irlanda rispetto alle disposizioni del Trattato di Lisbona. Stabilisce che spetterà agli Stati membri – compresa l'Irlanda, che agirà in uno spirito di solidarietà e senza pregiudicare la sua tradizionale politica di neutralità militare – determinare la natura dell'aiuto o dell'assistenza da prestare a uno Stato membro che sia oggetto di attacco terroristico o subisca un'aggressione armata nel suo territorio. Anche in questo caso è evidente l’opzione che l’Irlanda fa a favore della vita e della pace come vie per lo sviluppo e il progresso non solo dell’Irlanda, ma dell’intera Europa.

In molti degli interventi che hanno accompagnato il dibattito in Parlamento, e che si è concluso con l’approvazione all’unanimità della ratifica in questione,  si notava però il bisogno di sottolineare la peculiarità tutta irlandese delle scelte fatte in materia di tutela della vita, della famiglia e dell’educazione, evitando di entrare nel vivo dei contenuti. L’approvazione è andata al rispetto della autonomia irlandese, ma non si è spinta ad interrogarsi sulle motivazioni che hanno portato questo popolo a dare esito negativo al referendum sul Trattato di Lisbona. Eppure il valore di questo Protocollo non è solo il segno di una volontà popolare che vuole restare in Europa, ma senza rinunciare alle sue radici, è soprattutto nel senso di quelle radici. La volontà popolare interpellata ha saputo dire di no ad una norma imposta dall’alto e sostanzialmente ambigua rispetto a ciò che fa cultura in Irlanda, ha saputo porsi criticamente davanti ad una proposta multidimensionale come è quella che sempre più frequentemente ci viene dal parlamento europeo, selezionando a cosa dire di si e a cosa dire di no. 

Troppo spesso sull’onda lunga di un progressismo riformista giungono dall’Europa proposte che non tengono conto delle diverse storie nazionali, delle diverse culture popolari e dei diversi punti di riferimento sul piano valoriale. L’Irlanda ha saputo fare le sue scelte, argomentandole e difendendole in un contesto che almeno inizialmente non sembrava affatto disposto a recepirne ma che non ha voluto fare a meno del suo contributo, per cui ha cercato e ha trovato gli strumenti della mediazione politica adatta. L’Irlanda ci insegna che non saranno gli euroscettici a salvare il vecchio Continente, e per questo abbiamo bisogno di mandare in Europa persone convinte del valore della vita e della famiglia, della necessità di non perdere di vista le radici umanistiche della nostra cultura, senza nulla negare alla necessità di essere tecnologicamente attrezzate per utilizzare gli strumenti di comunicazione attualmente disponibili. 



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