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MERIAM DEVE VIVERE/ Sudan, cristiana condannata a morte: pena capitale sospesa

Ci sarà un secondo processo per la donna sudanese di fede cristiana codnannata a morte per apostasia, le campagne social in tutto il mondo per ottenere la sua liberazione

La donna sudanese il giorno del matrimonio La donna sudanese il giorno del matrimonio

Meriam Yehya Ibrahim potrebbe avere diritto a un secondo processo, secondo l'appello presentato dalla difesa all'Alta corte sudanese. La mobilitazione internazionale ha già portato un risultato positivo nella decisione dei giudici sudanesi che l'hanno condannata a morte di rinviare l'esecuzione ad almeno due anni dopo il concepimento del figlio, Meriam è infatti in stato di gravidanza. Adesso giunge anche la notizia che è stata approvata la richiesta dell'avvocato difensore a ripetere il processo. Meriam è incinta di otto mesi, ha già un figlio di 20 mesi e la sua colpa secondo la legge islamica istituita nel Sudan del nord è quella di apostasia, avere cioè abbandonato la fede islamica per abbracciare quella cristiana ortodossa del marito, che è cristiano. In realtà, anche se già così sarebbe orribile una condanna a morte, la donna è stata cresciuta nella religione cristiana dalla madre ortodossa in quanto il padre di religione islamica avrebbe abbandonato sin da subito la famiglia. Il tribunale l'ha anche condannata per adulterio, pena prevista cento frustate, in quanto il suo matrimonio con un cristiano non è ritenuto valido dalla legge islamica. La difesa nella sua protesta ha fatto presente che il tribunale non ha ascoltato nessun testimone della difesa così come ha violato il principio costituzionale del Sudan che garantisce i principi di libertà religiosa. In pratica, ha spiegato l'avvocato, il giudice ha tenuto conto solo della sharia e non della costituzione del paese. Sin da ieri quando la notizia si è diffusa sono cominciate campagne di mobilitazione internazionale sia di Amnesty International che del quotidiano italiano Avvenire che ha lanciato la campagna social #meriamdevevivere. Anche le ambasciate di Stati Uniti, Inghilterra, Canada e Olanda hanno protestato ufficialmente con il governo sudanese. 

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