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GUERRA UCRAINA/ 2. Solo il G20 può evitare una nuova "Jugoslavia"

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John Kerry con li ministro degli Esteri ucraino Andriy Deshchytsya (Infophoto)  John Kerry con li ministro degli Esteri ucraino Andriy Deshchytsya (Infophoto)

Per ora, se si esclude l'offensiva di Kiev lanciata ieri nel Donetsk contro i filorussi, in Ucraina non c’è una vera e propria guerra e neppure una vera guerra interna o civile che dir si voglia. La situazione è piuttosto quella di una sfaldatura della società ucraina che è composita, più che etnicamente, sul piano linguistico, storico e religioso. Piuttosto che in uno stato in guerra contro una evidente minaccia esterna, che è l’ovvio discorso prevalente a Kiev ma che l’Occidente ha con ignavia avallato, o in una rivoluzione interna, l’Ucraina oggi rientra nella nota categoria internazionalistica degli stati falliti. Poiché si tratta di uno stato storicamente debolissimo che ha sempre avuto leadership molto corrotte e inefficaci, dopo l’indipendenza dall’Urss nel 1991 esso ha progressivamente perso quote della legittima autorità per adottare decisioni collettive, non è riuscito a fornire servizi pubblici continuativi e in modo indipendente, l’effettività di governo (law and order) è stata messa a dura prova fino a perdere il controllo di ampi settori della popolazione e da ultimo di parte del proprio territorio.

L’indipendenza del 1991 ha trovato una classe dirigente ucraina del tutto impreparata a gestire la transizione verso la democrazia e l’economia di mercato facilitando, invece, le attività predatorie esterne nei settori economici e nella proprietà di beni e servizi. Mentre gli interessi europei concludevano lucrosi affari nell’acquistare sottocosto pezzi del sistema produttivo ucraino, e mentre si evadeva ogni responsabilità rispetto alle attività mafiose degli oligarchi, poco o nulla è stato fatto per accompagnare l’Ucraina nella sua transizione. Tutti i paesi dell’Europa orientale che hanno vissuto la transizione hanno pagato un alto costo sociale, ma solo la Federazione delle Repubbliche Socialiste Jugoslave e la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina hanno pagato con la disgregazione sociale e territoriale.

Quel che duole è che l’Europa, tra il 1991 e il 2014, non abbia imparato dai propri errori, sviluppando una concreta capacità di gestione strategica e di assistenza alle transizioni. Gli Stati Uniti d’America, si deve riconoscere senza indugio, conservano gelosamente salda una concezione della sovranità territoriale, ereditata dall’Europa del XVII secolo, e sia nel caso jugoslavo che in quello ucraino, a distanza di 23 anni tra loro, chiedono all’Europa di fare tutto il possibile per salvaguardare l’integrità territoriale degli stati. Duole molto dover riconoscere che in entrambi i casi l’approccio culturale dominante in Europa è stato quello della dominazione attraverso lo strumento del riconoscimento seguito dall’integrazione (che una volta si chiamava annessione). In questo senso, la Russia zarista, sovietica e post-sovietica, con mirabile continuità, agisce come l’Europa.



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