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SCENARI/ Ucraina, Libia e Siria: così l'Italia può passare all'azione

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Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, a quella di Clinton si sovrappose la dottrina Bush, che in nome della “guerra al terrore” portò all’invasione dell’Afghanistan (2001) e dell’Iraq (2003), con le tragiche conseguenze che conosciamo fino ai nostri giorni. Alla fine degli anni 2000, abbandonata la dottrina Bush, l’Amministrazione Obama ha rielaborato la dottrina Clinton nella “responsabilità di proteggere” (responsibility-to-protect, or R2P) nel quadro dell’Onu. La sua applicazione ha portato agli interventi militari “di protezione” in Darfur (2006), Libia (con l’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011), Yemen, Costa d’Avorio, Sudan e Sud Sudan (nel 2011 e 2013), Mali e Repubblica Centro Africana (2013-2014). In seguito alla tragica applicazione della R2P in Libia, la Russia e la Cina hanno deciso di opporsi con fermezza impedendo l’autorizzazione dell’Onu a tali interventi in Siria e più recentemente in Ucraina.

In ragione della continuità pluridecennale della politica estera italiana, le crisi in Libia, Siria e Ucraina hanno la massima rilevanza per l’interesse nazionale. Il tratto comune della situazione in Ucraina e in Libia è che, in seguito alle interferenze o interventi esterni, sono state abbattute le strutture di comando e controllo dello Stato centrale: nel caso dell’Ucraina, il governo golpista che ha sostituito il legittimo presidente Yanukovich ha dissolto la polizia antisommossa (Berkut), perdendo un importante strumento di controllo del territorio e, più gravemente, lasciando allo sbando gli elementi che la costituivano; nel caso della Libia, l’intervento militare esterno ha distrutto tutte le strutture fisiche del sistema di governo e di controllo, provocandone l’umiliazione e il naturale ricongiungimento alle strutture tribali se non la creazione di milizie autonome. La Siria è stata molto vicina a subire la stessa sorte, se non fosse intervenuta una potente iniziativa diplomatica coordinata dalla Russia che ha permesso di negoziare con il legittimo governo, preservandone molti dei sistemi centrali di governo e controllo. In sintesi, appare evidente che le azioni dell’Occidente non hanno imparato la lezione dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

In queste tre situazioni l’Italia ha subìto le condizioni imposte da altre potenze della Comunità internazionale. Senza voler qui ripercorrerne le ragioni, è certo che l’Italia ha ricevuto un enorme danno sia sul piano del ruolo geopolitico che geoeconomico, oltre a vedere aggravati i rischi geostrategici che pongono questi paesi nell’attuale situazione. Nel periodo 2011-2014 si sono succeduti ben quattro governi italiani a costanza di Presidente della Repubblica, ma non è emersa alcuna linea strategica a tutela dell’interesse nazionale.

Il primo luogo comune da sfatare è la presunta debolezza dell’Italia, che sembra piuttosto essere una scusa perfetta per coltivare l’ignavia. Se la nostra classe politica non eccelle in competenze strategiche internazionali, lo stesso non può dirsi delle nostre forze armate e dei servizi di sicurezza e di quelli diplomatici. L’Italia ha accumulato una pluridecennale esperienza e conoscenza delle situazioni in Libia, Siria e Ucraina, oltre che in Russia, Israele ed Egitto. Non ci sono scuse per non adottare una visione strategica di medio e lungo periodo da negoziare con i nostri partner atlantici, europei e internazionali.