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IRAQ/ Per fermare gli islamisti serve il "latitante" Obama

L'offensiva delle milizie islamiste nell'Iraq del nord, scatenata dalla vittoria di Assad in Siria, è la contromossa di al Quaeda che reclama una più decisa inizitiva Usa. ROBI RONZA

Militanti islamisti (Infophoto) Militanti islamisti (Infophoto)

L'offensiva delle milizie islamiste nell'Iraq del nord è giunta senza dubbio di sorpresa. Basti dire che solo qualche giorno fa una missione del governatorato di Mosul era venuta a Roma per proporre come luogo per profittevoli investimenti la regione che adesso si è trasformata in un campo di battaglia. Si tratta però di una sorpresa dal punto di vista tattico, ma non certo da quello strategico.  Gli islamisti dell'Isis, la maggiore tra le organizzazioni del genere schierate contro il regime di Bashar el-Assad, hanno attualmente lo stabile controllo di un'ampia parte della Siria del nord ai confini con l'Iraq. Era perciò prevedibile che se non fossero riusciti ad avanzare verso Damasco presto o tardi si sarebbero rivolti verso l'Iraq del Nord, verso Mosul e Kirkuk, ove già da tempo le forze del governo di Bagdad non riuscivano a tener testa agli islamisti locali. 

Per l'Isis l'obiettivo fondamentale non è tanto la caduta del regime di Bashar el-Assad o la sorte della Siria o dell'Iraq in quanto tali, bensì la creazione in qualche parte del Medio Oriente di uno "stato islamico del Levante" da usare quale base per future più ampie conquiste. In tale prospettiva un'espansione verso Mosul vale tanto quanto un'espansione verso Damasco; anzi, vale anche di più, tenuto conto della ricchezza dei campi petroliferi dell'Iraq del Nord. 

Più che il debole governo di Bagdad nell'immediato chi li può fermare è piuttosto la Regione Autonoma del Kurdistan iracheno, un territorio da decenni ormai di fatto indipendente e in pieno sviluppo economico. Mentre scriviamo circola la notizia che appunto forze provenienti da Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, hanno preso il controllo di Kirkuk sottraendolo ai miliziani islamisti venuti dalla Siria. D'altra parte il governo di Erbil si è già detto pronto a un intervento anche più ampio se il governo di Bagdad glielo chiedesse. Glielo chiederebbe tuttavia solo se fosse (ovvero quando sarà) con l'acqua alla gola, ben sapendo che ogni metro quadro guadagnato da Erbil ben difficilmente gli verrebbe poi restituito. 

Dal momento che le sue milizie non hanno un'organizzazione logistica tale da poterle sostenere a grande distanza dalle loro basi in Siria, né sono in grado di reggere scontri con forze militari normalmente armate ed addestrate, può anche darsi che l'offensiva dell'Isis si fermi senza affatto giungere a minacciare Bagdad; e che le drammatiche novità di questi giorni si risolvano quindi in un fuoco di paglia. Se anche ciò fosse, come speriamo, sarebbe un grave errore ritenere la questione chiusa invece di considerare l'accaduto per ciò che è: un segnale di allarme di cui tenere attentamente conto.