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TOTO-NOMINE/ Dietro il veto di Cameron su Juncker c'è la "manina" di Obama

Pubblicazione:lunedì 2 giugno 2014

Jean-Claude Juncker (Infophoto) Jean-Claude Juncker (Infophoto)

Si sapeva da giorni che il premier britannico, David Cameron, aveva messo il veto alla candidatura a Presidente della Commissione Europea di Jean Claude Juncker. Prima che Der Spiegel divulgasse le frasi dette da Cameron direttamente ad Angela Merkel, c'era stato il durissimo attacco del Financial Times allo stesso Juncker. E anche se non sono arrivati commenti da Downing Street, si sa bene quale sia la posizione degli inglesi sulla questione: se viene eletto Juncker, noi usciamo dall'Unione Europea. Ieri Jean Claude Juncker ha risposto dicendo di essere “fiducioso” e pensa che “sarò eletto presidente della Commissione UE da qui a metà luglio”. Alla fine ha lanciato anche un ammonimento: “L'Europa non deve lasciarsi mettere sotto pressione”. Sarebbe interessante conoscere il pensiero nella sua completezza: da chi viene messa sotto pressione l'Europa in questo momento?

E' vero che Londra, nella storia dell'Unione Europea, è incline a porre dei veti. Lo ha fatto nel 1994 contro Jean Luc Dehaene. Lo ha ripetuto nel 2004 contro Guy Verhofstadt, favorendo in questo modo la nomina di José Manuel Barroso. Ma la sensazione è che questa volta nel veto inglese ci sia qualche cosa di diverso e di più ampio. C'è sicuramente in questo veto un aspetto istituzionale. Londra rifiuta radicalmente la nuova procedura di nomina del Presidente, che viene ora subordinata ai partiti politici e non più ai governi nazionali che erano i veri artefici delle nomine. Il cosiddetto “passo avanti” federativo, agli inglesi non piace affatto, perché lo vivono come una perdita di sovranità. Ma c'è dell'altro. C'è un contesto politico europeo che convince sempre meno la Gran Bretagna. La stragrande maggioranza di chi è andato a votare ha confermato la sua fiducia all'europeismo. Ma perché si fa notare negli ambienti inglesi, con insistenza, la permanente bassa affluenza alle urne?

Poi c'è il risultato delle forze contrarie all'Europa, che questa volta non sono marginali gruppi di oppositori. In Francia vince Marine Le Pen con il Front National, diventando il primo partito. In Gran Bretagna vince Nigel Farage con la sua Ukip. Non si può obiettare che si tratti solo di due Paesi europei. Si parla della Francia, uno dei “cuori” dell'Europa, e della Gran Bretagna il “ponte” atlantico con gli Stati Uniti. Quindi due Paesi con un peso politico determinante sul futuro degli assetti politici europei e mondiali.

Certamente, Cameron, incalzato dalla linea vincente di Nigel Farage, cerca in questo momento di recuperare voti e consensi. Ma è solamente questo il calcolo che sta facendo il leader inglese? Forse bisognerebbe uscire da questa logica del “cortile di casa” e osservare con una certa attenzione sia il complessivo contesto politico europeo, sia i rapporti esistenti tra l'Europa e l'altra sponda dell'Atlantico, gli Stati Uniti. Si discute sempre sul famoso Trattato transatlantico internazionale, che, se tutto va bene, dovrebbe entrare in funzione fra tre anni. 


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