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SCENARI/ Renzi e l'alleanza cinese che può cambiare l'Europa

Pubblicazione:venerdì 6 giugno 2014

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Le forze politiche dell’europeismo tradizionale sono i conservatori popolari e moderati (Ppe), i socialdemocratici (S&D), i Verdi, i liberaldemocratici (Alde), e parzialmente alcune liste Tsipras. Esse si sono autodefinite “europeiste” in contrasto a tutte le altre che sono state enfaticamente definite “populiste”. Distinzioni arbitrarie e pregiudiziali che non dovrebbero più essere usate da media seri. Comunque, i cosiddetti “europeisti” sono la larga maggioranza nel Parlamento europeo mentre nel continente potrebbero rivelarsi una minoranza effettiva. Il Ppe è primo gruppo politico principalmente radicato in Germania, nei paesi dell’Est europeo e in Spagna. Il gruppo S&D, secondo nelle preferenze di voto, è principalmente presente in Italia, Svezia, Portogallo e Germania.

Le forze politiche eurocritiche, euroscettiche e anti-europeiste - che noi preferiamo categorizzare in “alter-europeiste” - hanno raggiunto una mediana del 32% nel continente. I risultati più rilevanti si sono manifestati in Francia, con il Fn e Fg e varie forze minori con un totale aggregato del 31,3%, nel Regno Unito, con Ukip e separatisti vari con il 31,1%, e in Italia, con il M5S, Lega, Fdi, e lista Tsipras con il 34,9%. Ovviamente, vista l’eterogenea galassia degli “alter-europeisti” i risultati aggregati servono solo per capire l’entità del dissenso espresso verso l’impostazione dell’Europa che c’è.

Dal punto di vista della distribuzione geografica, appare chiaro che la maggiore coesione territoriale spetta al gruppo Ppe, che è anche piuttosto coerente in termini concettuali. Invece, il gruppo S&D è più eterogeneo nei contenuti politici e disperso sul piano territoriale. La linea politica del Ppe è quindi più identificabile e riconoscibile, mentre quella dei socialdemocratici (S&D) è piuttosto inconciliabile, sia sul piano ideale (che cosa c’entra la tradizione svedese e tedesca e anche portoghese con quella neo-centrista-democristiana del nuovo Pd italiano?) che per la visione spaziale e geopolitica (quale convergenza esiste tra un italiano - al governo - e uno svedese che è all’opposizione, o tra un portoghese e un tedesco che è in coalizione con il Ppe?). Quanto agli altri “europeisti”, la loro dispersione geografica non li fa emergere come possibili leader di convergenze continentali.

In questa situazione, con il blocco europeista maggioritario, esiste il rischio piuttosto concreto che i 28 governi decidano nuovamente per una leadership europea di continuità con qualche accento sintattico meno antagonizzante. Le conseguenze di una tale scelta, ovvero la quintessenza dell’ambiguità nella continuità, non potrà che tradursi in sonore bocciature degli elettorati nelle prossime tornate elettorali nazionali e, a termine, europee. Sicuramente, una tale soluzione ci consegnerebbe un’Unione europea di facciata, che non desideriamo e non vogliamo. Infatti, il 32% dei cittadini votanti si è già espresso in tal senso e il 55% degli aventi diritto non si è recato alle urne. Una maggioranza sia rappresentata, sia silenziosa piuttosto imponente a livello continentale.


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