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AFGHANISTAN/ Toni Capuozzo: una missione inutile? Chiedetelo alle bambine afgane

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Forse c'è sproporzione con quanto si è ottenuto in un lasso di tempo così lungo: le missioni perfette d'altra parte durano poco perché hanno un obiettivo limitato. Questa era forse ambiziosa, posso capire che i risultati non premino gli sforzi fatti in un perdurare così lungo.

 

Questa mattina in tv è passato un servizio sportivo su una squadra di calcio femminile afghana. Con i talebani lo sport era vietato. E Abdullah Abdullah subito dopo l'attentato ha twittato: "le minacce non possono fermare noi e la nostra gente".  Gli afghani hanno realmente fatto un'esperienza di libertà?

Sarei cauto, non prenderei quell'esempio: sappiamo bene che lo sport è sempre stato arma di propaganda delle dittature, anche se ci fu il caso della maratoneta afghana minacciata di morte per essersi qualificata alle Olimpiadi. Penso invece che sia l'istruzione la carta vincente. Generazioni di bambine afghane sono andate a scuola, sono diventate adulte, e questo è costato loro e alle loro famiglie minacce, sfregi con l'alcool. Ma ha voluto dire aprirle a un futuro che non sia solo quello di procreatrici di figli e custodi del focolare domestico, custodi che non potevano nemmeno andare a fare la spesa.

 

Oltre cinquanta nostri militari non sono tornati. Perché è stato necessario andare in Afghanistan quando sembra così lontano e così poco incidente sulla nostra vita? 

Intanto spero che non sia più necessario ritornarci. Una missione non può protrarsi all'infinito. È fatica ragionare con i se − se non ci fossimo andati cosa sarebbe accaduto, eccetera −. Ma oggi nessuno osa dire cosa ne sarebbe stato del mondo se l'Afghanistan avesse continuato a essere una terra franca per i fondamentalisti, nessuno può contare il sangue risparmiato. Dimentichiamo troppo facilmente che tutto è partito dall'11 settembre. Pensiamo a ciò che sta accadendo in Siria: là non abbiamo speso nemmeno un uomo, ma oggi è una calamita per il terrorismo internazionale e ha prodotto l'attentato di Bruxelles, in un contagio di ritorno. Non ci si può permettere di vivere pensando che quello che non ci tocca, non ci riguarda. Davvero l'attentato di Bruxelles, quello di Atocha (Madrid, 11 marzo 2004, ndr), del metro di Londra (7 luglio 2005, ndr) non ci riguardano? Le zone di conflitto sono un trampolino, riguardano tutti.

 

(Daniela Tedioli)

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