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DIARIO USA/ E se il sergente "talebano" Bowe Bergdahl fosse opera nostra?

Pubblicazione:lunedì 9 giugno 2014

Bowe Bergdahl durante la liberazione Bowe Bergdahl durante la liberazione

Ma la storia di Bergdahl, mentre si dipana un po’ alla volta, appare ancor più oscura di quanto possano esserlo cinque interminabili anni in balia dei talebani. L’immediato, naturale senso di gioia e di immedesimazione con i genitori del sergente si è subito beccato una sberla in faccia appena il padre ha aperto bocca: “Bism Allah Alrahman Alraheem”, ha esordito Robert dal podio presidenziale al quale Obama lo aveva invitato. “Nel nome di Allah, pieno di grazia e di misericordia”. Rivolto al figlio che forse ora fatica con l’inglese, ma non esattamente quello che gli americani volevano sentirsi dire. Perché l’ha fatto? Magari era dovuto come elemento propagandistico all’interno dello scambio? 

E’ stato come sollevare il tombino di un pozzo nero. Bergdahl non fu catturato. Bergdahl se ne andò di sua volontà. Aveva impacchettato e spedito tutto ai suoi genitori, perché il suo era un gesto premeditato. In termini militari si chiama “diserzione”. Non furono i talebani a cercare Bergdahl, fu il giovane ad andare in cerca dei talebani diventando così loro prigioniero. Voleva parlarci.

Attraverso i messaggi inviati a casa subito prima della sparizione si vede un uomo deluso, amareggiato, tradito nei suoi ideali, profondamente turbato, “squilibrato” dalle esperienze vissute, dalla sofferenza e dalla morte viste e toccate con mano. Nessuno ama leggere queste cose. Nessuno, perché tutti sanno che sono vere.

E’ la guerra, quella bestia che è la guerra che come un virus fa diventare bestie tutti. Non ci sono più i buoni e i cattivi, si fa fatica a restare vivi e sembra quasi impossibile restare uomini. Gli americani restano aggrappati alla bandiera. Ma il sergente Bowe Bergdahl ha scelto diversamente. “I am ashamed of being American”, ha scritto – mi vergogno di essere americano. 

Adesso che l’America di cui si vergogna lo ha liberato pagando un caro prezzo, Bergdahl avrà tempo per chiedersi come, dove e per cosa vorrà spendere la sua vita.

Adesso che Bowe è tornato, l’America si deve fermare un momento e chiedersi che civiltà sta costruendo combattendo queste guerre.



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COMMENTI
09/06/2014 - Il solito Obama (Giuseppe Crippa)

Vedo soltanto due possibilità: o questo soldato si è convertito durante la prigionia ed allora il gesto di Obama è doppiamente apprezzabile perché salva un cittadino americano che, pur avendo successivamente cambiato idea, ha comunque servito la Patria come quei 6700 caduti, oppure si tratta di un disertore che non meritava di essere aiutato in alcun modo a tornare, a maggior ragione creando con la liberazione dei cinque talebani un ulteriore potenziale pericolo ai cittadini americani per i quali i 6700 caduti hanno dato la vita ed allora il gesto di Obama è esecrabile. Maniscalco conferma che Bergdhal è un disertore: quindi…