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Esteri

MERIAM IBRAHIM/ Il fratello presenta una nuova denuncia: voglio sia condannata a morte

La donna sudanese condannata a morte per apostasia si trova ancora in Sudan, non può lasciare il paese per motivi burocratici. Intanto si teme per la slaute dell'ultima nata

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Il fratello la vuole morta. In sostanza è questa la situazione in cui si trova Meriam Ibrahim, la donna sudanese scarcerata dopo essere stata condannata a morte per apostasia e a cui adesso è impedito di lasciare il Sudan per fittizi problemi burocratici. Il problema è che il fratello della donna, anzi fratellastro, Al Samani Al Hadi, già autore insieme ad altri parenti per parte di padre della denuncia che portò alla condanna a morte, adesso ha mosso un nuovo attacco contro di lei. L'uomo, un musulmano radicale, ha infatti presentato una nuova denuncia sostenendo che la donna è sua sorella e dunque di religione musulmana. Secondo la legge islamica infatti la religione di appartenenza è quella paterna, non importa che il padre, nel suo caso, se ne sia andato di casa appena nata e che lei sia stata cresciuta cristiana secondo la fede della madre. Il suo scopo, ha detto pubblicamente, è di farla condannare a morte per aver disonorato la fede musulmana. E intanto Meriam potrebbe finire nuovamente sotto processo per via del visto di espatrio con cui è stata trovata, appartenente al Sud Sudan, mentre cercava di imbarcarsi dall'aeroporto della capitale del Sudan del nord. Un autentico incubo, insomma, per la donna, che sembra non finire mai.

E' ancora in Sudan Meriam Ibrahim, la donna cristiana condannata a morte per apostasia e poi scarcerata dopo mesi di dura detenzione nel corso dei quali ha anche dato ala luce la sua seconda figlia. Meriam viene trattenuta per problemi burocratici alquanto fittizi. Lei, il marito e i due figli sono da circa una settimana alloggiati presso l'ambasciata americana, ma non può lasciare il Sudan. In una intervista rilasciata alla Cnn, la donna ha però confessato la sua paura per la bambina nata in carcere in condizioni estreme. Meriam infatti è stata obbligata a partorire in catene, e ha detto che non ha potuto farlo in modo adatto proprio per via delle catene che le legavano le gambe. Adesso, dice, teme che sua figlia sia nata con problemi fisici che potrebbero significare che non potrà camminare in modo adeguato. Forse dovrà fare uso di stampelle.

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