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Esteri

GAZA/ Eid: l'attacco ad Hamas nasconde il vero piano di Israele

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L’obiettivo invisibile e a lungo termine di Israele è quello di ridisegnare la cartina dell’intero Medio Oriente. Basta che si ricongiungano tra loro le singole crisi “locali”, come Israele-Palestina, Libano, Siria e Iraq, per arrivare a questo ridisegno geografico dell’intera regione. E’ esattamente lo scenario che si è verificato cento anni fa. Mentre gli arabi preparavano la rivolta contro i turchi, c’era chi tramava per modificare l’intero assetto dell’ex Impero Ottomano.

 

Può spiegare meglio il significato di questa “spartizione” del Medio Oriente?

Quella che si sta delineando è una tripartizione per l’Iraq, con la creazione di uno Stato sunnita che si staccherà da Baghdad e che comprenderà anche buona parte della Siria. Ciò provocherà automaticamente la nascita di uno Stato alawita lungo la costa del Mediterraneo e di uno Stato libanese nel quale non si sa bene quanto spazio ci sarà ancora per i cristiani.

 

Lungo quali linee Israele vuole ridisegnare la mappa del Medio Oriente?

Lungo linee strettamente confessionali o etniche. E’ un “sogno” che risale agli anni Quaranta del secolo scorso, ancora prima della nascita di Israele nel 1948. Nelle memorie dei leader israeliani si evoca il disegno di una Siria e di un Iraq divisi in tanti piccoli Stati, sulla base appunto di linee confessionali. Ciò serve a giustificare la presenza di uno Stato ebraico nella zona.

 

Che senso ha riproporre questo progetto?

Il tema di Israele come Stato ebraico è tornato alla ribalta negli ultimi due anni in modo veramente insistente. Lo stesso Netanyahu ha detto che voleva che i palestinesi riconoscessero Israele in quanto Stato ebraico, distinto dalla Palestina in quanto Stato palestinese. Ciò con tutte le sfumature che questa decisione può comportare, in primis il trasferimento della popolazione arabo-israeliana della Galilea verso questa nuova Palestina. Il peso demografico degli arabi di cittadinanza israeliana, che ormai hanno raggiunto il 20% della popolazione, fa sì che l’unica salvezza per Israele sia quella di costringerli all’esodo.

 

(Pietro Vernizzi)

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