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IL CASO/ Dietro al neo califfato si cela lo sbandamento dell'Islam

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Il nuovo califfo dello Stato islamico  Il nuovo califfo dello Stato islamico

Ma meno di un secolo durò il dominio omayyade, troppo legato alla supremazia dell’etnia araba ormai minoritaria all’interno di un vasto impero multietnico, e la più lunga vicenda degli Abbasidi era destinata a tramontare cinque secoli dopo sotto l’urto devastante delle invasioni mongoliche. Già molto prima della loro caduta, tuttavia, i califfi di Baghdad avevano dovuto fare i conti sia con loro diretti concorrenti (vari potenti anti-califfi, quali i discendenti degli Omayyadi spodestati e rifugiatisi in Andalusia, o i Fatimidi sciiti del Cairo) sia coi signori della guerra di ceppo turco (detti non a caso sultani, ossia detentori del potere effettivo) che da pretoriani divennero rapidamente custodi se non carcerieri del califfo di turno.

E’ proprio durante questa lunga agonia dell’istituzione califfale che dotti e giuristi musulmani posero l’accento sul rispetto della shari’a (legge islamica, peraltro mai codificata) affinché la debolezza e la frammentazione del potere non compromettessero almeno la sopravvivenza del culto e di alcune norme basilari dell’islam. Con grande pragmatismo riconobbero i sovrani locali che si avvicendavano come legittimi, anche quando non sarebbe stato possibile ricollegarli in nessun modo alla discendenza del Profeta (come nel caso degli Ottomani), favorendo la trasformazione della (teorica) teocrazia islamica in una sorta di cesaropapismo che si prolunga fino ai ministeri degli affari religiosi degli stati nazionali moderni, sorti circa un secolo fa con lo smembramento dell’Impero ottomano, alla fine della I guerra mondiale. 

Specie in periodi di torbidi e di disorientamento sono state innumerevoli le figure che hanno preteso di assumere il ruolo di restauratori dell’autentico califfato, fino a proclamarsi novelli profeti o addirittura assumendo titoli messianici. Un’infinita altalena fra quietismo e ribellione in cui la fede è stata svilita sempre di più come instumentum regni tanto da parte dei regimi in carica quanto dai loro oppositori. 

Non è quindi tanto il bizzarro ed effimero neo-califfo al-Baghdadi a preoccuparci, ultimo avatar di una poco dignitosa neverending story, quanto la massa dell’iceberg che resta nascosta sotto il livello di acque tempestose. La comprensibile preferenza per un capo credente ancora troppo spesso e con esiti devastanti finisce per agevolare una malsana non distinzione tra religione e politica, favorendo la pretesa da parte di chi si impadronisce del potere di esercitarlo in nome di Dio o addirittura di anatemizzare chi gli rifiuta obbedienza, essendo quasi sempre ripagato della stessa moneta. Un islam, in definitiva, che ci ostiniamo a ritenere soprattutto ‘un’ pericolo per gli altri, mentre è costantemente e sempre più ‘in’ pericolo, principalmente ai danni degli stessi musulmani.



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