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IL CASO/ Dietro al neo califfato si cela lo sbandamento dell'Islam

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Il nuovo califfo dello Stato islamico  Il nuovo califfo dello Stato islamico

“Alcuni che conoscono in maniera insufficiente l’islam pensano di prenderne le difese sostenendo che non lascia nulla d’indefinito (…) intendendo con ciò che in qualsiasi epoca non ci sia altro da fare che applicarlo, ottenendo come esito l’instaurazione di uno stato islamico senza bisogno di alcun nuovo sforzo interpretativo, di alcuna nuova riflessione, di alcun nuovo rapporto coi testi. La verità è invece che la perfezione di questa religione sta proprio nel fatto che essa lascia varie questioni indefinite, a proposito delle quali c’è spazio per la flessibilità e la razionalità, cioè per il ruolo della Comunità e dello sforzo interpretativo”. 

Parole non di un modernista musulmano, sviato da nefasti influssi occidentali, ma di Rachid el-Ghannouchi, leader di al-Nahda, partito tutt'altro che laico uscito vittorioso in Tunisia dopo la cacciata di Ben Ali. Qualcuno potrebbe liquidare la faccenda constatando che c'è un ennesimo uomo politico che predica bene, ma razzola male. 

Le cose non sono tuttavia così semplici... la galassia dei gruppi islamici radicali condivide infatti molti ‘nemici’ comuni contro cui mobilitarsi, ma è assai meno omogenea quando si tratta di definire quale sistema di governo dovrebbe essere instaurato dopo aver conquistato il potere. Fino a ieri la nostalgia del ritorno al Califfato (abolito de iure da Kemal Atatürk poco meno di un secolo fa, ma de facto defunto già molto prima) pareva una chimera o una pia illusione, simile a ciò che potrebbe rappresentare per noi la restaurazione del Sacro Romano Impero. 

Ecco invece materializzarsi, proprio fra Siria e Iraq che furono sedi delle due grandi dinastie califfali degli Omayyadi (fino al 750 d.C.) e degli Abbasidi (fino al 1258 d.C.), un velleitario Emiro dei Credenti in carne e ossa, al quale non solo gli arabi, ma tutti i musulmani sunniti del mondo (il 90% di oltre un miliardo e mezzo di persone), dovrebbero in teoria rispetto e obbedienza. 

La potenza paradigmatica di questo mai tramontato mito in realtà non si riallaccia alle pur grandiose imprese delle suddette dinastie, quanto all’aureo e arcaico periodo della trentina d’anni in cui regnarono, più come capi di una confederazione tribale che come imperatori, i primi 4 vicari (è questo il significato del termine ‘califfo’) che succedettero al Profeta come reggitori delle sorti terrene della nascente Umma musulmana. Si tratta di figure patriarcali poste a modello per ogni credente e specialmente per i futuri prìncipi, ma solo uno di essi morì di morte naturale e a causa della successione tra il terzo e il quarto si produsse una spaccatura insanabile fra sunniti e sciiti, inaugurando tensioni relative alla legittimità del potere politico che in buona sostanza non sono mai state appianate nel successivi 14 secoli.

Mentre si discuteva e si combatteva tra chi accettava un califfo come tale purché fosse della tribù del Profeta e chi invece pretendeva che appartenesse alla sua più ristretta cerchia familiare, la storia e soprattutto la geografia imponevano indifferenti il passaggio del potere nelle mani di vere e proprie dinastie ereditarie (i primi 4 califfi erano stati invece elettivi) che non a caso stabilirono la loro capitale prima a Damasco e poi a Baghdad, lasciando definitivamente alla decentrata Penisola Araba un ruolo soltanto religioso, come sede delle città sante di Mecca e Medina. 



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