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DIARIO SUD SUDAN/ "Nemmeno la guerra può toglierci la felicità"

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Sud Sudan (Infophoto)  Sud Sudan (Infophoto)

Da Torit non sembra la guerra. Aria di nuovo, un nuovo collega di Avsi, Francesco, appena arrivato e sembra da sempre qui. Curioso delle persone.

Maria, da sempre collega Avsi, mi dice che adesso Torit è casa, anche qui. Lei che è abituata a stare a Isohe, tra le montagne e che Torit non le è mai piaciuta. Ma adesso che ci sta più spesso, che può metterla in ordine, ora è casa anche qui. Ha fatto i biscotti, seduti in soggiorno, ognuno con sé stesso, ma insieme, godiamo del profumo del pane che si sta cucinando nel forno, pane caldo. Francesco si avvicina e lo guarda come se fosse la prima volta che vede del pane. Quest’estate, mi dice, mentre sono in Italia, voglio andare a lavorare un po’ in un’officina di un mio amico, per capirci qualcosa di motori, così almeno queste macchine le possiamo guardare con occhio diverso.

Andiamo a cena, con una macchina che a malapena si regge in piedi. Ci guardo camminare, insieme, e mi chiedo chi sono qui, io. Chi sono per loro. Ma siamo sulla stessa strada. Sorrido a guardarci mentre verso sera sotto il portico davanti a casa chiacchieriamo con Patrick, clinical officer ugandese. Ha pazienza con quelli con cui lavora. Mentre ne parla, sorride. Affetto, o forse solo curiosità e divertimento.

Piacere dello stare insieme. Ogni minuto è pieno, anche se non facciamo nulla di significativo. Eppure sono ore piene, silenzi, poi domande per conoscersi. Ci guardo, li guardo, mi guardo.

Stanotte ho sognato la guerra. Ma poi mi sveglio e non posso non vedere che sono felice. Di nuovo, nessun pensiero pesante. Nemmeno la guerra può toglierti la tua felicità.

E mi accorgo di come ovunque mi giro sono a casa. Accompagnata, curiosa del nuovo di ogni momento. Nuovo, ancora, in un paese in guerra. Il paese più instabile del mondo, così scrivono oggi su un giornale.

Machar e Salva kir non si accordano. Vogliono accordarsi senza che intervenga qualcuno dall’esterno, così mi pare di capire. Il numero di sfollati all’interno del paese aumenta. Il numero di persone a rischio carestia aumenta. Non si vedono aiuti. I comboniani sono riusciti a tornare in una delle loro missioni al nord, nello Unity State. Nessuno ha macchine per muoversi. Distribuiscono il cibo andando a piedi dalla gente.



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